Giornata per la vita, all’insegna della speranza
Diffuso il Messaggio della Cei per la 47ª edizione, il 2 febbraio, nel contesto del Giubileo. La rinuncia ad accogliere la vita e il desiderio di essere genitori nonostante tutto
“Trasmettere la vita, speranza per il mondo”. Questo il tema del Messaggio della Conferenza episcopale italiana per la 47ª Giornata nazionale per la vita, in programma il 2 febbraio 2025, nel contesto del Giubileo e quindi nell’orizzonte della speranza, nel quale la Bolla di indizione invita tutta la Chiesa a vivere l’Anno Santo. Il titolo del documento continua poi con una seconda parte, tratta dal libro della Sapienza: «Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita».
La riflessione dei vescovi si sviluppa a partire da alcune domande che segnano la contemporaneità. «Come nutrire speranza dinanzi ai tanti bambini che perdono la vita nei teatri di guerra, a quelli che muoiono nei tragitti delle migrazioni per mare o per terra, a quanti sono vittime delle malattie o della fame nei Paesi più poveri della terra, a quelli cui è impedito di nascere? Questa grande “strage degli innocenti”, che non può trovare alcuna giustificazione razionale o etica, non solo lascia uno strascico infinito di dolore e di odio, ma induce molti, soprattutto i giovani, a guardare al futuro con preoccupazione, fino a pensare che non valga la pena impegnarsi per rendere il mondo migliore e sia meglio evitare di mettere al mondo dei figli». Di qui gli altri interrogativi: «Quale futuro c’è per una società in cui nascono sempre meno bambini? La scelta di evitare i problemi e i sacrifici che si accompagnano alla generazione e all’educazione dei figli, come la fatica a dare sufficiente consistenza agli investimenti di risorse pubbliche per la natalità, renderanno davvero migliore la vita di oggi e di domani?». Centrale anche il tema del «riconoscimento del “diritto all’aborto”»: è davvero «indice di civiltà ed espressione di libertà?». Ancora, i presuli si chiedono «quale futuro c’è per un mondo dove si preferisce percorrere la strada di un imponente riarmo piuttosto che concentrare gli sforzi nel dialogo e nella rimozione delle ingiustizie e delle cause di conflitto? Abbandonare uno sguardo di speranza, capace di sostenere la difesa della vita e la tutela dei deboli, cedendo a logiche ispirate all’utilità immediata, alla difesa di interessi di parte o all’imposizione della legge del più forte, conduce inevitabilmente a uno scenario di morte», affermano.
Al contrario, «la speranza si manifesta in scelte che esprimono fiducia nel futuro». E «una particolare espressione di fiducia nel futuro è la trasmissione della vita, senza la quale nessuna forma di organizzazione sociale o comunitaria può avere un domani». Ogni nuova vita, si legge nel testo, «è “speranza fatta carne”. Per questo siamo vivamente riconoscenti alle tante famiglie che accolgono volentieri il dono della vita e incoraggiamo le giovani coppie a non aver timore di mettere al mondo dei figli. È urgente “rianimare la speranza” in questo particolare campo dell’esistenza umana, tanto decisivo per l’avvenire», proseguono.
Guardando alla realtà del Paese, i vescovi evidenziano il «costante calo delle nascite» – comune ad altri Paesi dell’Occidente e del mondo -, che «preoccupa per le ricadute sociali ed economiche a lungo termine». Da una parte c’è «un vistoso calo del desiderio di paternità e maternità nelle giovani generazioni». Dall’altra si rilega «un preoccupante processo di “sostituzione”: l’aumento esponenziale degli animali domestici, che richiedono impegno e risorse economiche, e a volte vengono vissuti come un surrogato affettivo che appare assai riduttivo rispetto al valore incomparabile della relazione con i bambini».
Per i presuli, tutto questo è «il risultato di una profonda mancanza di fiducia, che invece costituisce l’ingrediente fondamentale per lo sviluppo della persona e della comunità; esso viene pregiudicato dall’angoscia per il futuro e dalla diffidenza verso le persone e le istituzioni». Né aiutano «ritmi di vita frenetici, timori riguardo al futuro, mancanza di garanzie lavorative e tutele sociali adeguate, modelli sociali in cui a dettare l’agenda è la ricerca del profitto anziché la cura delle relazioni».
Il Messaggio continua mettendo a confronto due fenomeni: da una parte, appunto, la rinuncia ad accogliere la vita – a partire da «alcune interpretazioni della legge 194/78, che si poneva l’obiettivo di eliminare la pratica clandestina dell’aborto», che nel tempo hanno generato scarsa o nulla percezione della sua gravità, tanto da farlo passare per un “diritto”» -; dall’altro il desiderio di «diventare genitori a qualsiasi costo», che interessa «coppie o single, a cui le tecniche di riproduzione assistita offrono la possibilità di superare qualsiasi limitazione biologica, per ottenere comunque un figlio, al di là di ogni valutazione morale».
Riguardo al primo fenomeno, i vescovi rinnovano il grazie a «quanti si adoperano per rimuovere le cause che porterebbero all’interruzione volontaria di gravidanza, come i Centri di aiuto alla vita, che in 50 anni di attività in Italia hanno aiutato a far nascere oltre 280mila bambini. Sul secondo, hanno osservato che «le persone che avvertono la mancanza di figli vanno accompagnate a una generatività e a una genitorialità non limitate alla procreazione, ma capaci di esprimersi nel prendersi cura degli altri e nell’accogliere soprattutto i piccoli che vengono rifiutati, sono orfani o migranti “non accompagnati”. Questo ambito – proseguono – richiede una più puntuale regolamentazione giuridica, sia per semplificare le procedure di affido e adozione che per impedire forme di mercificazione della vita e di sfruttamento delle donne come “contenitori” di figli altrui».
Quello contenuto nel Messaggio è un richiamo a tutta la comunità cristiana, «chiamata a fare di più per la diffusione di una cultura della vita e per sostenere le donne alle prese con gravidanze difficili da portare avanti». A promuovere «un’alleanza sociale per la speranza», scrivono i vescovi prendendo a prestito le parole della Bolla di indizione del Giubileo Spes non confundit. Un’alleanza «che promuova la cultura della vita, mediante la proposta del valore della maternità e della paternità, della dignità inalienabile di ogni essere umano e della responsabilità di contribuire al futuro del Paese mediante la generazione e l’educazione di figli; che favorisca l’impegno legislativo degli Stati per rimuovere le cause della denatalità con politiche familiari efficaci e stabili nel tempo; che impegni ogni persona di buona volontà ad agire per favorire le nuove nascite e custodirle come bene prezioso per tutti, non solo per i loro genitori».
Questa alleanza «può e deve essere inclusiva e non ideologica, mettendo insieme tutte le persone e le realtà sinceramente interessate al futuro del Paese e al bene dei giovani». Il modello è quello offerto dalla Scrittura, che «ci presenta un Dio che ama la vita. Confidiamo – concludono i vescovi – nella grazia particolare di questo anno giubilare, che porta il dono divino di “nuovi inizi”: quelli che il perdono offre a chi è prigioniero del suo peccato; quelli che la giustizia porta a chi è schiacciato dall’iniquità; quelli che la speranza regala a chi è bloccato dalla disillusione e dal cinismo».
29 novembre 2024

