Le conseguenze della pandemia e la dimensione del limite

Urgente la riflessione sull’elaborazione di un trauma che coinvolge ora anche i giovani. Educare significa non prescindere da quella complessità ma sottoporla alla coscienza

Verrebbe da scrivere il meno possibile in questo momento, specie di scuola e adolescenza: la seconda ondata e questa nuova chiusura delle scuole parrebbero più che sufficienti per queste ragazze e ragazzi da caricarci sopra anche le nostre parole di troppo. Ma sulla reazione di noi adulti, nel momento in cui la necessità di una nuova serrata si è fatta reale, credo si possa provare a riflettere, andando per un attimo oltre il “si doveva/non si doveva chiudere”.

 È un dato che la seconda ondata abbia generato un impatto emotivo forte, proprio a fronte del fallimento del proposito che in estate sembrava essere prioritario: tenere aperte le scuole. Le cose sono andate diversamente e arrivati a questo punto anche la semplice disamina delle responsabilità lascia l’amaro in bocca. Ciò che però è emerso in questi ultimi tempi mi pare sia stato l’acuirsi della polarizzazione dura tra chi, favorevole o contrario alla chiusura e direttamente coinvolto nel fatto educativo (dirigenti, insegnanti, genitori, gli stessi studenti), ha iniziato a fare la guerra l’uno alla posizione dell’altro, come se la questione apertura/chiusura fosse derubricabile allo scontro tra idealisti/realisti, incoscienti/impauriti, negazionisti/scientisti.

 A riguardo, se una prima reazione potrebbe essere quella di denunciare l’ennesimo appiattimento di una questione complessa sul semplice dare ragione o torto, mi pare evidente il fatto che tanto nervosismo sia un sintomo. La pandemia nella sua fase iniziale ha attaccato i nostri anziani, il portato simbolico che quella fascia d’età rappresenta nella società. In autunno ciò che avevamo a lungo rimosso si è fatto reale: la possibilità che questa crisi potesse puntare anche sui nostri figli e le nostre figlie. Per la prima volta ci siamo trovati a dovere gestire l’affrontamento del limite sulla pelle dei ragazzi e delle ragazze ed è ovvio che ciò non avrebbe lasciato tranquillo nessuno, che non avrebbe potuto che generare tensione, a prescindere dalla gerarchia delle priorità e delle convinzioni personali.

Ma perché riflettere su questo è importante? Perché mi pare che come educatori, al di là delle nostre posizioni, anche dei nostri vissuti, delle nostre paure o rabbie, siamo ora chiamati a un passo in avanti, a precedere i nostri ragazzi sull’elaborazione di un trauma che ci ha colpito in merito al nostro lavorare per un’idea di futuro ma che in questi giorni, chiunque abbia un qualche ruolo o sia loro vicino in qualche modo inizia a percepire anche nei loro sguardi incupiti e nelle loro parole intristite.

Ciò concretamente, ora, indipendentemente da come ci si senta, dovrebbe determinare con che faccia presentarci ogni mattina di fronte alle nostre classi, che sia in presenza o a distanza, il come potere ancora alimentare il loro istinto naturale verso il futuro, il come noi educatori per primi dovremmo essere convinti che quanto la pandemia ci ha messo di fronte non è altro che una dimensione intima e profonda dell’umano: quella del limite. Perché educare significa non prescindere da quella complessità, non rimuoverla tanto da farla divenire spettro, quanto sottoporla alla coscienza che edifica.

18 novembre 2020