Leggendari maestri in “533. Il libro dei giorni”, di Cees Nooteboom

Nelle pagine dello scrittore dell’Aia, l’esperienza della realtà, soprattutto del viaggio, è intrisa di «conoscenza amara», che Baudelaire metteva in conto prima ancora di partire

C’è sempre stata, nell’opera di Cees Nooteboom, nato all’Aia in un fatidico 1933, l’anno della presa di potere di Adolf Hitler in Germania, il sentimento di una solitudine attonita, né rancorosa né compiaciuta, esito forse naturale dopo il doppio precoce abbandono da parte del padre, la prima volta quando lasciò moglie e figli per un’altra donna, la seconda nel momento in cui morì sotto i bombardamenti della Luftwaffe, al tempo in cui il futuro scrittore era poco più che bambino. Basti pensare a un’immagine presente nel libro d’esordio, composto a vent’anni, Philip e gli altri (1955), riguardo a «un autobus nella notte come un’isola in cui si è quasi gli unici abitanti».

I testi degli anni Ottanta, da Rituali Il canto dell’essere e dell’apparire, fino alle Montagne dei Paesi Bassi, sono destrutturati, nel solco profondo della letteratura novecentesca: favole, apologhi, incantesimi, zibaldoni. Anche in quelli successivi di fine secolo, dalla Storia seguente al Giorno dei morti, lo sguardo del narratore sembra essere fatalmente postumo rispetto ai propri contenuti, fra lo stupore erudito e labirintico di Borges e l’enigma fantastico di Italo Calvino, autori per Nooteboom notoriamente significativi. È come se l’esperienza della realtà, fondamentale quella del viaggio, in ogni parte del mondo ma soprattutto in Giappone, fosse intrisa della «conoscenza amara» che Baudelaire metteva in conto prima ancora di partire, secondo un’intuizione che lo scrittore olandese recuperò nell’introduzione a Hotel Nomade.

Insomma, chi rifiutasse di abbandonarsi alle emozioni incontrollate, dovrebbe tenersi alla larga dall’epica e dalle sue conseguenti passioni. A bocce ferme emerge la pratica del catalogo (straordinario l’elenco dei sepolcri letterari in Tumbas, con un’assenza rivelatrice: Joseph Conrad) e la poesia: nell’ultima raccolta, L’occhio del mondo, i versi finali dicono
tutto. Ancora una volta un notturno con la luna in fuga, due gemelle che avanzano come fantasmi, «il padre sospinto dal vento», cito dalla versione di Fulvio Ferrari – traduttore storico – per Einaudi, e Orione, il gigante cacciatore, «alto / e sfregiato, tuo amico in questa unica / esistenza». Alla fine resta solo, ripetuto tre volte, «il mormorio del mare».

Stando così le cose, non poteva quindi essere che 533. Il libro dei giorni (Iperborea, pp. 234, 16,50 euro), il capolavoro di Cees Nooteboom, diario pubblicato a 83 anni, nel resoconto mirato delle lunghe ore trascorse nell’isola di Minorca, in Spagna, amata seconda patria. Pagine di vita e letteratura, come si diceva una volta, con alcuni leggendari maestri che tornano a interrogarci tra le folate oceaniche, dalla persuasione materialistica di Lucrezio al supremo poema dantesco, fino al lucido disincanto di Michel de Montaigne, senza dimenticare la conclamata immaturità di Witold Gombrowicz. Tutto questo mirabilmente fuso e sintetizzato nella sapiente descrizione delle piante (in particolare i fiori di cactus, coi semi recuperati nel deserto cileno: «A guardarli sembra quasi che abbiano ottenuto una vittoria e che stranamente abbiano voglia di sposarsi oggi stesso, anche se non è chiaro con chi») e delle tartarughe, i cui diritti sono molto più antichi dei nostri, che prosperano nel giardino delimitato da una staccionata vecchio stile senza lucchetto né cancello, per evitare «sia il possesso che l’ansia di perderlo».

13 gennaio 2020