L’incontro di Dante con Matelda: conservare la memoria del bene
La scuola, il dialogo e lo scontro con ragazzi e ragazze a partire dal canto XXVIII del Purgatorio e dalle sue provocazioni. Le difficoltà di un’età che può diventare ostile
Ho passato per motivi di studio qualche ora sul canto ventottesimo del Purgatorio, quello in cui Dante entra nel Paradiso terrestre posto in cima al monte, quello in cui incontra Matelda, la donna misteriosa e di fatto senza identità che rappresenterebbe la felicità terrena prima del peccato originale. Al di là delle interpretazioni o del mio trascurabilissimo lavoro, consiglierei a chiunque di rileggersi quel canto, almeno la parte iniziale, quando avviene l’incontro. Il posto in cui si ritrova Dante è incantevole, un bosco che è l’esatto contrario di quella selva oscura dove si era perso, vi soffia una brezza leggera tra le foglie dei rami, scorre un’acqua limpidissima in un piccolo fiume. A un certo punto, oltre quel corso d’acqua, Dante vede una donna che si muove tra i fiori che dipingono quel luogo. Dante la chiama ed è qui che avviene il miracolo, perché Matelda si volta, «come si volge, con le piante strette / a terra e intra sé, donna che balli», Matelda compie un gesto, un movimento tra i fiori, quasi un passo di danza che dice leggerezza e bellezza, di quelli che passano per gli occhi e restano nel cuore. Perché Matelda è bella, gli occhi di Matelda sono luce pura, Matelda sorride a Dante, trasmette il suo sorriso a Virgilio e Stazio che sono lì con lui, ma anche a noi che usciamo da quell’incontro incantati.
Ho portato con me l’immagine di Matelda in questi giorni, mentre camminavo sui corridoi e ho visto tutte le Matelde che con i sorrisi, gli occhi luminosi che sono di quegli anni, si voltano continuamente nelle nostre scuole. Ma ci ho pensato anche nei momenti, e sono stati tanti in questa settimana per me, ma forse anche per chi legge, in cui ho avvertito stanchezza e pesantezza, scoraggiamento e fiato corto per le nostre vite che, inutile dirlo, sono spesso ben più selva che boschi incantevoli. Proprio stamane poi ho letto il testo di un’insegnante in gamba e che lavora in una scuola difficile, la quale raccontava tutte le difficoltà di quando quell’età diventa ostile, feroce, toglie il fiato e le forze. Qualche giorno prima avevo letto un altro testo, di un’insegnante all’inizio della carriera, che parlava con rabbia credibile e vera della maleducazione di una alunna con la quale aveva avuto uno scontro. Da una parte, dunque, quella leggerezza e quella bellezza che ho visto e che c’è, certo che c’è. Ma da un’altra parte anche la pesantezza e l’ostilità che c’è negli stessi corpi, gli stessi sguardi, quando diventano un muro, e anche quello certo che c’è, eccome se c’è.
Sempre in quel canto, Dante conosce infine il nome dei due fiumi che nascono dallo stesso corso ma che poi si dividono. Uno è il Lete, serve a mondarsi definitivamente delle colpe terrene, dal male. L’altro è l’Eunoè, e mentre il primo c’è sempre stato fin dalla classicità, questo è d’invenzione dantesca, rappresenta la memoria del bene. Per Dante occorre dunque fare i conti con il male, che è di tutti, che c’è in tutti, ma anche con il bene, che c’è in tutti, che è per tutti. Servono entrambi, hanno a che fare con il senso stesso delle nostre giornate, di quello che ci tocca nell’incontro e nello scontro con i ragazzi e le ragazze. Ma del primo occorre lavarsene, del secondo, conservarne la memoria.
27 ottobre 2021

