Da L’Aquila parte «L’Italia da riprogettare»

Al convegno della Federazione settimanali cattolici si è parlato anche di “ricostruzione”. Monsignor Celli: «Partire dall’uomo»

Al convegno della Federazione settimanali cattolici si è parlato anche di “ricostruzione”. Monsignor Celli: «Partire dall’uomo»

 «Il centro storico è il luogo degli incontri possibili, non una accozzaglia di vicoli». Un aspetto, quello messo in luce da monsignor Domenico Pompili, passato in secondo piano dinanzi alla tragedia del terremoto che il 6 aprile 2009 colpì L’Aquila e i centri limitrofi causando la morte di 309 persone. A distanza di sei anni da quell’evento, la cui tragicità è impossibile dimenticare, il centro storico della città è ancora da rimettere in piedi e le tantissime gru che si stagliano alte nel cielo sono lì a ricordare una riedificazione lontana dall’essere completata.

Intervenendo al convegno nazionale della Federazione dei settimanali cattolici (Fisc), tenutosi nel capoluogo abruzzese dal 16 al 18 aprile, il direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei mette dunque in relazione il tema della rinascita urbanistica con quello, totalmente ignorato, della frantumazione del tessuto sociale. Nel centenario di un altro terremoto che nel 1915, in territorio marsicano, spazzò via 30mila vite, la ricostruzione in Abruzzo si pone come metafora della ristrutturazione dell’intero Paese e della sua «sgangherata democrazia», secondo la definizione che ne dà il direttore de L’Espresso Luigi Vicinanza, che nel 2009 dirigeva il quotidiano abruzzese “Il Centro”.

«L’Italia da riprogettare e preservare nella nostra storia», così dunque il titolo del convegno che ha visto avvicendarsi al tavolo dei relatori esponenti delle istituzioni, del mondo dell’informazione e della Chiesa, particolarmente vicina, quest’ultima, ai drammi delle famiglie aquilane nel post-sisma. «Dopo una tragedia simile è importante ricreare un umanesimo delle relazioni, delle speranze e delle certezze», spiega don Bruno Cescon, direttore del “Popolo”, settimanale diocesano di Concordia-Pordenone. Testimone egli stesso del terremoto che colpì il Friuli nel 1976, Cescon mette in guardia: «Diversamente, si finisce nella malattia del chiudersi, nel non creare comunità. Insomma, nel rinunciare a vivere».

La questione è posta: «Per ricostruire una città c’è bisogno prima di tutto di un’idea di uomo». Un’idea a cui devono concorrere, in sinergia, i politici, i cittadini ma anche i media la cui responsabilità per la nascita di un nuovo umanesimo, come qui lo si definisce, è indubbia. «La stampa ha il grande impegno di scrutare la verità – riprende monsignor Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali – e di rispondere alla grande domanda di senso». Il che non significa «“bombardare” la società con messaggi religiosi, bensì di avere la capacità – conclude Celli – di parlare con ogni uomo e donna di oggi, cattolici e no». Le responsabilità degli amministratori della cosa pubblica vengono messe invece sotto i riflettori da monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto che denuncia la distanza tra la cattolicità sbandierata, vizio «di quei politici che credono tanto nella famiglia da averne due», e quella invece vissuta. Un comportamento che conduce alla «disaffezione dei cittadini nei confronti della politica» e che è all’origine di una sottile tentazione: «Portare a credere, come scriveva Corrado Alvaro, che vivere rettamente sia inutile».

Denunciato da Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, lo sfruttamento dei giovani giornalisti, «precari, sottopagati e non contrattualizzati», il gesuita Francesco Occhetta, scrittore de “La Civiltà Cattolica” vi ravvede anche il pericolo per la democrazia che finirà con il bavaglio: se il guadagno per un giornalista è di qualche manciata di euro ad articolo, «come si può pensare che questi possa raccontare uno scandalo della politica e sostenere un’eventuale querela quando una causa costa al minimo 7 mila euro?». In assenza di vantaggi economici, è chiaro che a voler fare ancora questo mestiere sono coloro che hanno dentro «una tensione morale» ed è per questo, conclude Iacopino, «che meritano tutto il rispetto».

 

20 aprile 2015