Madre Giuseppa dei Sacri Cuori in cammino verso gli altari

Conclusa a Roma la fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione della religiosa, aperto meno di un anno fa. Il vicario giudiziale monsignor Oder: «Fu una vera mistica, che adorava l’Eucaristia nel nascondimento»

«Fu modello di monaca, di adoratrice, di priora, di evangelizzatrice e strumento di comunione». Una «figura di rara ricchezza e bellezza, nobile, eccellente». Sono toni entusiastici quelli che monsignor Slawomir Oder, vicario giudiziale del Tribunale ordinario della diocesi di Roma, utilizza per descrivere madre Giuseppa dei Sacri Cuori, cofondatrice dell’ordine dell’Adorazione perpetua del Santissimo Sacramento. Ieri, martedì 30 settembre, si è chiusa la fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione della religiosa, aperto meno di un anno fa. Nell’Aula della Conciliazione, affollatissima, sono tornati a risuonare i canti delle adoratrici, velo bianco e scapolare rosso, giunte da tutta Italia per l’occasione.

Marianna Fortunata Ignazia Cherubini – questo il nome di madre Giuseppa – nacque a Ischia di Castro (Viterbo) nel 1788 e spese tutta la sua vita per l’ordine, dapprima per la sua fondazione insieme con la beata Maria Maddalena dell’Incarnazione, quindi «per ricomporre le divisioni sorte all’interno dell’istituto», ricorda monsignor Oder. «La difficoltà maggiore – prosegue – fu la revisione delle Costituzioni, lasciate alquanto incomplete dalla beata fondatrice». Madre Giuseppa fondò inoltre i monasteri di Napoli e di Squillace, e si adoperò per riportare la comunità a Roma, precedentemente abbondonata a causa delle persecuzioni napoleoniche contro la Chiesa cattolica. «Tra le sue qualità – sottolinea monsignor Oder – emergono la fedeltà al quotidiano monastico e il rapporto, con l’abbandono filiale, verso Dio. La madre Cherubini fu una vera mistica, per la quale l’Eucaristia era il mistero da adorare nel silenzio, nell’umiltà, nel nascondimento».

Il vicario giudiziale ne tratteggia la spiritualità: «Era immersa in una piena comunione con Gesù che incontrava giornalmente in uno spazio niente affatto esoterico ma accessibile a tutti: nella celebrazione quotidiana dell’Eucaristia, nei sacramenti, nella carità verso le consorelle e il prossimo esterno. La sua identità monastica non aveva niente di artificioso ma conservava la genuinità, il profumo e la signorilità della semplicità di Dio. Confessando la pochezza e la debolezza delle proprie forze, aprì la sua anima all’abbondanza della grazia divina, che la inondava nella preghiera e nella comunione eucaristica». Il «segreto della santità» di madre Giuseppa è proprio quello di «affidare la propria vita e i propri progetti a Dio, nella fiducia che sarà lui a portare a perfezione il tutto. È la logica dell’incarnazione: il Signore diventa un odi noi, perché noi possiamo diventare come Lui».

1° ottobre 2014