«Memoria? Impegno collettivo»

Intervista alla presidente della Comunità ebraica romana Ruth Dureghello in occasione della Giornata della memoria 2019. I populismi? Sono legati alla «deriva culturale». L’invito a «non minimizzare» i campanelli d’allarme

Ieri, 27 gennaio, si è celebrata in tutto il mondo la Giornata della memoria, per ricordare la Shoah nel giorno in cui, 74 anni fa, fu liberato il campo di sterminio di Auschwitz. Quest’anno la ricorrenza a Roma assume un significato particolare perché a ottobre è morto Lello Di Segni, ultimo sopravvissuto al rastrellamento del Ghetto nel 1943. Man mano che se ne vanno i testimoni diretti dell’orrore dei lager, ci si pone l’interrogativo su come si possa tramandare la memoria. Lo chiediamo a Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica romana.

«È la domanda più complicata che però mi faccio ogni mattina. Una responsabilità enorme ma non esclusiva di alcuno: ciascuno deve avere la consapevolezza che tutti dobbiamo raccogliere il testimone. Venendo a mancare quelle emozioni che ci suscitava il guardare nel profondo chi aveva vissuto la tragedia della Shoah, dobbiamo capire come fare a provocare le stesse emozioni. I ragazzi – sottolinea Dureghello – hanno un approccio più lontano da questa realtà rispetto a noi che abbiamo avuto certe storie in casa. Occorre renderli partecipi e protagonisti, stimolando una riflessione più profonda, che li porti a pensare da che parte della storia sarebbero stati. Se non riusciremo a farli sentire parte di una battaglia, come hanno fatto lo stesso Lellino – dice affettuosamente citando  Di Segni – o Sami Modiano, sarà difficile portare avanti questo compito. È un atto di responsabilità sociale e solidale, frutto di un impegno corale e collettivo. La memoria è un fatto culturale di questa parte di umanità. I sopravvissuti se ne vanno ma restano i loro libri, i documenti: occorre leggerli, studiarli e farli conoscere.

Dal furto delle “pietre d’inciampo” ai cori antisemiti negli stadi: sono solo episodi da non sopravvalutare o campanelli d’allarme di un rinnovato antisemitismo?
Sono sempre campanelli d’allarme da non minimizzare, che nascondono alcuni elementi. Prima di tutto cadono barriere di pudore: nominare Anna Frank in un contesto che non sia la sua esperienza di perseguitata, deportata, annientata, per la nostra generazione era inaccettabile. Usarla per offendere la squadra avversaria – e non entro nel merito delle dinamiche tra tifoserie – vuol dire andare oltre. Stesso discorso per le pietre d’inciampo: sono simboli, non banali sampietrini dorati, e non ricordano solo gli ebrei. Divellere quel simbolo significa che si è già passati dalle parole ai fatti. Una situazione da prendere in mano subito. Per questo è stata bellissima la risposta di Roma, non solo delle istituzioni, ma dei singoli, con una condanna unanime.

Secondo i dati rilevati da Eurobarometro l’antisemitismo preoccupa il 58% degli italiani e il 31% ritiene che sia aumentato negli ultimi 5 anni. Che ne pensa? Vede un collegamento con il populismo che si sta diffondendo in Europa?
Non sono una statistica, mi baso più sulla sensibilità e l’attenzione quotidiana ma penso che quei dati vadano presi in considerazione. L’antisemitismo esiste, evolve e si trasforma, con odio verso gli ebrei e verso Israele. Quanto ai populismi, come pure ai nazionalismi e ai totalitarismi, è un tema delicato e ritengo che il grande collegamento sia con la deriva culturale. Il fatto che il populismo si stia diffondendo, forse anche a causa di movimenti che si rifanno a qualcosa di non condivisibile, è un elemento che si aggiunge ma il tema è soprattutto culturale. In Europa occorre recuperare le radici giudaico-cristiane, i valori della convivenza civile e renderli baluardo di ciò che vogliamo costruire. Serve una grande attenzione e l’intervento di chi ha l’autorità per farlo con azioni concrete, che diano il senso di ciò che può e ha spazio e di ciò che non può e non deve averne.

28 gennaio 2019