Padre Candido Amantini, la preghiera arma principale

Il passionista fu per 30 anni unico esorcista della diocesi, quindi gli fu affiancato padre Amorth. Il suo nome, un programma di vita. La Scala Santa, la sua casa

Passionista e insegnante apprezzato, nel pieno della maturità don Candido Amantini visse una crisi profonda, si scontrò col Male, e ne uscì profondamente rinnovato, con una vocazione diversa: quella di liberare dal Maligno quanti ne erano schiavi, grazie a un’alleanza preziosa. La storia di questo prete, per quasi trent’anni unico esorcista della diocesi del Papa, parte da lontano e ci racconta di come i disegni del Signore non seguano la linearità della mente umana, ma sappiano approfittare anche delle svolte dolorose per inaugurare itinerari nuovi e pieni di speranza.

Candido Amantini (al secolo Eraldo Ulisse) era nato il 31 gennaio 1914 in un piccolo centro sul Monte Amiata – Bagnolo – in provincia di Grosseto. Il padre, Giovanni Battista, faceva il fabbro e con l’aiuto della mamma, Diolinda Fratini, mandava avanti una rivendita di sale e tabacchi. Una famiglia che col duro lavoro si era affrancata dalla povertà, ma che non navigava certo nell’oro. Il piccolo Eraldo venne battezzato il 7 febbraio e ricevette la cresima l’8 settembre 1920. Tra i due sacramenti il giovane aveva sentito in famiglia l’eco del dramma della prima guerra mondiale. Nel suo paese natale frequentò la scuola elementare ed una scuola di musica che gli permise di entrare nella banda del paese. Fedele nel servizio come chierichetto in parrocchia, il giovane Eraldo, ancora bambino, fu attratto da una missione predicata dai passionisti a Bagnolo. A 12 anni era già nel seminario dei Passionisti a Nettuno. Vi restò fino al 1929 frequentandovi le scuole medie. Il 9 ottobre di quell’anno iniziò il suo noviziato tra i Passionisti nell’istituto che era situato sul Monte Amiata ed il 23 ottobre ricevette l’abito religioso ed un nuovo nome, Candido dell’Immacolata, che rappresentava una sorta di programma di vita.

Il 24 ottobre 1930 emise la professione dei voti temporanei e venne trasferito nel convento di Tavarnuzze, vicino a Firenze, dove ebbe modo di portare a termine gli studi liceali nel 1932. In quell’anno si trasferì presso la comunità passionista di Ponte a Moriano, in provincia di Lucca, per intraprendere gli studi filosofici e teologici. I voti perpetui li emise il 31 gennaio 1933, il giorno del compimento dei suoi 19 anni. Tre anni dopo, mentre l’Italia era impegnata nella conquista dell’Etiopia, Candido giunse a Roma, e andò a vivere alla Scala Santa, che successivamente sarebbe diventata a lungo la sua casa.

Il santuario pontificio che custodisce la preziosa cappella dei Papi detta “Sancta Sanctorum”, dove si venera l’immagine del Santissimo Salvatore, deve il suo nome ai 28 gradini che conducono alla cappella. I fedeli li salgono in ginocchio per venerazione alla Passione di Gesù, ravvivando la tradizione che vi identifica la scala che Gesù percorse il giorno della condanna e che fu fatta trasportare a Roma da Gerusalemme (dal Pretorio di Pilato) grazie a sant’Elena nel 326. Pio IX ne curò il restauro e promosse il culto della reliquia costruendo il convento affidato dal 1853 ai Passionisti. In questi primi anni alla Scala Santa, il giovane Candido studiò per conseguire la licenza in teologia presso l’Angelicum, e il 13 marzo 1937 venne ordinato prete. Dal 1938 frequentò il Pontificio Istituto Biblico e contemporaneamente venne chiamato ad insegnare Sacra Scrittura nel seminario passionista di Tavarnuzze. Sono gli anni in cui inizia la sua esperienza di docente, che si accompagna ad una grande curiosità e capacità di apprendimento. Conosceva a fondo il greco, imparò l’ebraico, il tedesco per approfondire gli studi teologici, e studiò il sanscrito.

Fu così che l’insegnamento divenne la sua attività primaria. Negli anni della seconda guerra mondiale insegnò ebraico e Sacra Scrittura ai giovani della sua famiglia religiosa a Ponte a Moriano (Lucca) e a Cura di Vetralla (Viterbo), almeno finché fu possibile muoversi agevolmente nonostante il conflitto. Dopo la guerra tornò a Roma, alla Scala Santa, e prese ad insegnare ai seminaristi passionisti. Dal 1947 fino al 1960, per le qualità didattiche e spirituali che gli erano riconosciute, venne chiamato ad insegnare nel convento passionista di Santi Giovanni e Paolo, al Celio, nella scuola di carattere internazionale della congregazione. Ma fu in quel momento, nel pieno della maturità, che padre Candido visse la prova più difficile. Nel maggio del 1961 ebbe un crollo, lasciò l’insegnamento e andò incontro a un lungo periodo di ricovero. È un passaggio che caratterizza molte vite benedette, quello dell’incontro col Male, con la sofferenza a vari livelli (Agostino, Ignazio di Loyola, Francesco d’Assisi…), prova suprema dell’abisso delle tenebre a cui non si soccombe, con il soccorso divino, e dal quale si riemerge fortificati.

Da quella prova padre Candido uscì trasformato profondamente, lasciò l’insegnamento in modo definitivo e prese a collaborare con un passionista più giovane di lui, del quale era stato docente, padre Alessandro Coletti (1920-2014), che sarebbe poi stato, fino alla morte, esorcista della diocesi di Alghero e Bosa. Candido aveva visto all’opera padre Alessandro Coletti, che al tempo era l’esorcista della diocesi di Arezzo, e decise di dedicarsi a quel duro esercizio di carità. A partire dall’inizio degli anni Sessanta, per oltre un trentennio, padre Amantini è stato esorcista della diocesi del Papa, e fino alla metà degli anni Ottanta fu un ruolo che svolse da solo, sempre risiedendo al Convento della Scala Santa. Era solito alzarsi nel cuore della notte per un’ora di adorazione eucaristica. La preghiera, e il Rosario in particolar modo, era la sua arma principale, e aveva un’alleata speciale alla quale ha dedicato l’unico libro che ha scritto (“Il mistero di Maria”, Dehoniane, Napoli, 1971).

A don Candido ricorreva un gran numero di persone, soprattutto coloro che non sapevano più dove volgere lo sguardo in cerca di una speranza di liberazione dal misterioso ed indecifrabile male dal quale si sentivano assaliti e sopraffatti. Chi lo ha conosciuto afferma che era sensibile e attento ad ogni segnale indicativo di presenza maligna nelle persone che si rivolgevano a lui. Poteva discernere con equilibrio tale fenomeno da patologie o altre situazioni che non avevano nulla a che vedere con quegli eventi capaci di devastare fisicamente e spiritualmente una persona. E quando capiva che toccava a lui intervenire, lo faceva utilizzando tutto l’amore di cui era capace, con umiltà e senza risparmiarsi.

In tanti si mettevano in coda fin dalle prime ore dell’alba per essere ascoltati. Al mattino le sue celebrazioni liturgiche erano sempre affollate. Una caratteristica che ricordano quelli che hanno conosciuto padre Candido nel suo particolare ministero era la serenità che lo accompagnava anche nei momenti più difficili, e la smisurata pazienza con i tanti che volevano avvicinarlo. La sua lunga esperienza ha prodotto molti frutti. Migliaia di persone che si sono rivolte a lui hanno trovato liberazione e consolazione. A fronte del bisogno crescente, e della età avanzata di padre Candido, il cardinale Ugo Poletti decise che fosse necessario affiancargli qualcuno che potesse trarre insegnamento dalla sua esperienza e continuarne l’opera. A partire dal 1986, per volontà del Vicario gli fu affiancato padre Gabriele Amorth, che ne divenne allievo e successore dagli anni Novanta.

Padre Candido morì la notte del 22 settembre 1992 nella sua stanza alla Scala Santa. Seppellito inizialmente nel cimitero monumentale del Verano, il suo corpo è poi stato riportato il 21 marzo 2012 nel suo convento e accolto nella locale Cappella del Crocifisso. Qualche mese dopo, il 13 luglio 2012, la diocesi di Roma ha avviato l’inchiesta diocesana per il processo di beatificazione.

15 giugno 2020