Parolin: il gesto di Krajewski attira l’attenzione su un problema reale

Il segretario di Stato vaticano commenta l’intervento dell’elemosiniere che ha riattivato la corrente nello stabile occupato. Le storie degli occupanti, oltre 500 di 18 nazionalità

«Ho visto che ci sono state tante interpretazioni e tante polemiche. Personalmente credo che lo sforzo dovrebbe essere quello di capire il senso di questo gesto, che e’ attirare l’attenzione di tutti su un problema reale, che coinvolge persone, bambini, anziani». Lo ha dichiarato il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, all’agenzia Ansa, sulla decisione  dell’Elemosiniere apostolico di togliere i sigilli ai contatori della luce di un palazzo di Roma, in via di Santa Croce in Gerusalemme, occupato da circa 500 persone.

Rispetto alle accuse di illegalità in merito al gesto dell’elemosiniere, Il cardinale Peter Appiah Turkson, prefetto del Dicastero vaticano per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, ha commentato: «Pure a Gesù dicevano che le cose che diceva e faceva violassero la legge. Un gesto che non voleva essere di mancanza di rispetto della legge, ma di misericordia. Era la stessa critica che facevano a Gesù ai suoi tempi: è illegale fare le cose il sabato. Ma è la legalità che prevale o fare del bene a qualcuno? Qual è la scelta?».

Intanto, dopo l’esposto contro ignoti per furto di energia presentato dalla società che si occupa della distribuzione per conto di Acea, il Codacons ha presentato un esposto per calunnia contro la stessa Acea, perché «non ci sarebbe alcun illecito». L’associazione chiede alla magistratura di aprire un’inchiesta sul comportamento della società energetica, visto «lo stato di necessità, con bambini e minori, i quali non possono in alcun caso essere lasciati senza energia».

Nello stabile occupato la vita continua. Otto piani, 16.800 metri quadri, oltre 500 persone di 18 nazionalità diverse, 170 nuclei familiari e 100 minori. Maurita è arrivata qui quando la sua bambina aveva 10 anni. Rimasta sola dopo la fine del suo matrimonio, senza una casa e senza lavoro, ha iniziato a vivere al sesto piano di questo palazzo occupato in via Santa Croce in Gerusalemme (ex sede Enpas e poi Inpdap), a pochi passi da piazza San Giovanni. A raccontarlo è Redattore Sociale, dopo che sull’occupazione dell’immobile il gesto del cardinale Konrad Krajewski ha riacceso i riflettori. «Dov’eravate prima quando avevamo bisogno di voi?», grida un anziano occupante alla vista delle telecamere che aspettano di entrare nello stabile.

«Sono venuta qui per necessità – spiega Maurita a Redattore Sociale -, non sapevo dove andare dopo la fine della mia relazione. Ho anche fatto domanda per una casa popolare ma niente, nonostante abbia una figlia minore a carico – spiega -. La verità è che non siamo tutelati, il diritto all’abitare vuol dire non solo avere una casa ma una serie di servizi ed è quello che abbiamo creato qui vivendo insieme, italiani e stranieri. Per noi questa distinzione non conta, siamo tutti cittadini». Al terzo piano Diane sta pulendo il corridoio davanti all’entrata delle sue due stanze. Ha 44 anni e vive qui insieme al marito e ai 6 figli: il più grande ha 24 anni, il più piccolo 13 mesi. «Mio marito è arrivato in Italia dal Togo 12 anni fa, è un rifugiato politico – spiega -. Noi siamo venuti dopo con un ricongiungimento familiare, non abbiamo un lavoro stabile, mio marito fa qualcosa saltuariamente, per questo non possiamo permetterci un affitto». Anche Hussein, 19 anni, italiano di origine egiziana, spiega che il problema per tutti è la precarietà lavorativa: «Non è facile vivere in un’occupazione, tutti vorrebbero avere una casa propria, ma senza lavoro come si fa? Quando ci hanno staccato la luce era il primo giorno di Ramadan, è stata una cattiveria – aggiunge -. Mio padre fa il cuoco, in famiglia siamo in 5 e spesso resta disoccupato. Non è facile ma almeno qui abbiamo un tetto. Io sto studiando all’università, faccio Ingegneria elettronica, spero di laurearmi presto e cambiare vita».

Dal primo all’ottavo piano, ci sono 170 nuclei familiari di 18 nazionalità diverse. Gli altri cinquemila metri quadrati sono pensati per eventi culturali, sociali e formativi, come la scuola popolare o i centri di distribuzione alimentare. A spiegarlo è Paolo Perrini, presidente dell’associazione Spin Time Labs, l’associazione che gestisce tutta la parte culturale all’interno del palazzo. Al primo piano del palazzo c’è anche anche un laboratorio di restauro di opere sacre.  A gestirlo è l’associazione Sentieri verso l’Alto, all’interno corsi di iconografia sacra, dipinto su tessuti, doratura antichizzata, decoupage, pittura su pietra, storia dell’arte, arte libera contemporanea, sartoria artigianale. «Il primo contatto con la Chiesa avvenne tramite don Matteo Zuppi», quando era vescovo ausiliare per il settore Centro. «Qui il primo bene comune di rigenerazione urbana, possiamo autogestirci senza soldi pubblici e pagare le utenze».

Come spiega ancora Perrini a Redattore Sociale, più volte è stato chiesto ad Acea  di dare le utenze sia di luce che di gas ma «per la legalità che invocano, non è possibile». A fare da scoglio, infatti, c’è l’articolo 5 del decreto Lupi ( Legge 23 maggio 2014, n. 80) secondo il quale «chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo». «Anche se volessimo non potremmo pagare neanche la multa di 300 mila euro perché non è intestata a noi – aggiunge -. La nostra  volontà è quella di pagare un canone sociale ma le istituzioni devono riconoscerci e sedersi al tavolo con noi».

La richiesta da parte degli occupanti alla proprietà, al Comune di Roma e alla Regione Lazio è quella di  formalizzare un percorso di regolarizzazione, concedendo la residenza per la presenza di minori. «Questo palazzo può diventare il primo bene comune per la rigenerazione urbana della Regione Lazio, si posso utilizzare i fondi della regione per ristrutturarlo, come già previsto da un progetto ideato dagli architetti e urbanisti dell’università di Roma Tre – aggiunge Perrini -. Bisogna far rinascere i posti morti, se l’avessimo lasciato vuoto oggi sarebbe uno dei posti più degradati di Roma, al centro di Roma. Le istituzioni abbiano il coraggio di sposare questo progetto», conclude.

Intanto, in un’assemblea partecipata, è stata simbolicamente consegnata la tessera di Spin Time Labs a Papa Francesco e a padre Konrad. All’incontro era presente anche Paolo Maddalena, presidente emerito della Corte Costituzionale: «La Legge Lupi – ha detto – tutela gli interessi di pochi: è disumano negare l’allaccio all’acqua e alla luce. Ma per fortuna la nostra Costituzione mette al centro la comunità e tutela i diritti umani di tutti. Per questo le leggi che vanno contro di essa non vanno osservate». La presidente del I municipio Sabrina Alfonsi ha assicurato che si continuerà a lavorare per portare avanti il progetto di riqualificazione: «Da due anni lavoriamo a un tavolo con Comune, Regione e proprietà per riuscire a dare una veste a questa esperienza, rendendo meno fragili le persone che abitano qui. Continueremo a lavorare per questo e resteremo accanto a Spin Time: non possiamo lasciare tutte queste famiglie in mezzo a una strada».

15 maggio 2019