Petrocchi: la pandemia come “terremoto” dell’anima

La testimonianza del cardinale Petrocchi a San Salvatore in Lauro. «I traumi della vita hanno bisogno soprattutto di vicinanza». L’introduzione di Libanori

La pandemia da Covid-19 come sofferenza, ma anche prova di resistenza nonostante le difficoltà. Un tema che ha ispirato la conferenza del cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell’Aquila, ospitata venerdì scorso dalla parrocchia di San Salvatore in Lauro. La storia del territorio aquilano, infatti, è testimonianza delle “periferie esistenziali” che scuotono un intero popolo, provato ora dalla pandemia. «Drammi – ha spiegato il cardinale – che sono però di esempio anche per chi non li ha vissuti, su come cercare una rinascita».

«Durante un terremoto e in una pandemia – ha raccontato – si percepisce come i traumi della vita hanno bisogno soprattutto di vicinanza». Proprio il cardinale Petrocchi, infatti, ha istituito, lo scorso settembre, il primo ufficio diocesano per la Pastorale dell’emergenza esistente in Italia, per «captare la sofferenza e dunque comprenderla, riconoscerle un significato, renderla un’opportunità di crescita».

don Pietro Bongiovanni, Giuseppe Petrocchi, Daniele Libanori, incontro a San Salvatore in lauro, 28 maggio 2021Il parallelismo tra quanto successo a L’Aquila e la pandemia è stato utilizzato dall’arcivescovo per sottolineare le ricadute psicologiche e culturali di certi traumi. «C’è una sofferenza radioattiva e latente, che continua per anni a influenzare comportamenti e modi di pensare. Il terremoto dell’anima infatti – ha sottolineato – ha degli sciami che diventano pandemici come un virus e si ripercuotono per generazioni». Terremoto e pandemia, pur con le dovute differenze, causano danni “innaturali”, come la perdita dei figli. «Sono dolori incalcolabili – ha spiegato il cardinale – ma si deve smettere di anestetizzare il dolore ad ogni costo. C’è anche un diritto di soffrire e un dovere di rispettare la sofferenza altrui».

incontro a San Salvatore in lauro, 28 maggio 2021Proprio dei traumi ha parlato monsignor Daniele Libanori, vescovo ausiliare di Roma per il settore Centro, che ha introdotto l’incontro. Con un excursus storico sulle sofferenze nelle Scritture, Libanori ha accostato il trauma «della crocifissione per gli apostoli» allo smarrimento che si vive dopo un terremoto o in una pandemia. «Nonostante tutto – ha ricordato il vescovo – la Parola è sempre rimasta presente e dunque siamo chiamati a usare il Vangelo come chiave di lettura». Per Libanori, inoltre, il cristiano «riconduce tutto ciò che sembra una croce a una premessa di risurrezione, di rinascita».

Questo incontro «ci aiuta a riflettere sulle difficoltà di svegliarsi, di colpo, davanti a cumuli di macerie, ma anche sulle opportunità per non lasciare solo chi soffre e aiutarlo a ricostruire», ha spiegato don Pietro Bongiovanni, parroco di San Salvatore in Lauro, che in passato ha spesso fatto da tramite tra il territorio aquilano e la Protezione Civile, di cui da anni è assistente per la città di Roma e il Lazio. «Le parole del cardinale – ha evidenziato – ci hanno aiutato a capire che la Chiesa, in questi momenti, non deve essere solo una “seconda” protezione civile, ma deve anche soprattutto stare accanto alle persone, camminare, soffrire e rinascere insieme a loro».

31 maggio 2021