Proteste in Turchia dopo il referendum presidenzialista
Il vicario apostolico di Anatolia Paolo Bizzeti: «Non si può governare tranquillamente quando metà della popolazione si è espressa in modo negativo»
Il vicario apostolico di Anatolia Paolo Bizzeti: «Non si può governare tranquillamente quando metà della popolazione si è espressa in modo negativo»
Parla di «svolta storica» il vicario apostolico di Anatolia Paolo Bizzeti, all’indomani del referendum che ha visto una vittoria di misura del sì, con il 51,4% dei voti, alle riforme costituzionali che assegnano poteri al presidente. «Non va sottovalutata la portata di questo momento per la Turchia – afferma. Circa 25 milioni di cittadini hanno votato favorevolmente al referendum, ma un numero quasi pari si è schierato su una posizione contraria. Il Paese è diviso a metà».
Con la riforma votata domenica 16 aprile, il presidente Erdogan riassume nelle sue mani il potere esecutivo abolendo la figura del premier, acquisisce una parte delle funzioni legislative e restringe le prerogative del parlamento, indebolendo il bilanciamento democratico nell’architettura istituzionale del Paese. Il risultato: uno scenario che, per monsignor Bizzeti, «non era facile da prevedere. La campagna per il “Sì” è stata massiccia, il presidente e il primo ministro si sono spesi in prima persona in molti incontri e comizi. La metà dei turchi, però, non è rimasta convinta dalle argomentazioni. E questo dovrà essere tenuto in conto. Non si può governare tranquillamente quando metà della popolazione si è espressa in modo negativo». Per il politologo Riccardo Redaelli, dell’Università Cattolica, è il segno che «in Turchia rimane ben presente e diffusa una resistenza all’involuzione autoritaria. D’altro lato – aggiunge – occorre notare come abbia fatto presa il ricorso di Erdogan alla retorica nazionalista, testimoniata anche dal voto dei residenti all’estero. Questo è un elemento che fa sempre presa sul popolo turco e che noi occidentali non dobbiamo mai trascurare».
Il vicario apostolico sottolinea ancora che «il risultato del referendum deve essere rispettato» e se qualche osservatore internazionale ha prove di brogli deve presentare «elementi concreti». Il presidente Recep Tayyip Erdogan intanto proroga di altri tre mesi lo stato di emergenza, in vigore già da 9 mesi dopo il fallito golpe di luglio 2016. «La Turchia – ha dichiarato – ha preso una decisione storica di cambiamento e trasformazione», che «tutti devono rispettare, compresi i Paesi che sono nostri alleati». Per l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) il referendum «non è all’altezza degli standard del Consiglio d’Europa»; in particolare non si ritiene regolare il conteggio delle schede non vidimate che, secondo le diverse versioni, variano da uno a tre milioni. Sul fronte interno invece il risultato è contestato dal partito dei kemalisti Chp e dai filocurdi dello Hdp. Manifestazioni si sono già svoltet a Instabul, Ankara e Smirne. Quanto alle proteste di piazza però monsignor Bizzeti conclude: «Non si risolvono le questioni con gli scontri. Spero non ci siano atti violenti o manifestazioni accalorate, che accenderebbero ancora di più lo scontro sociale. La battaglia dovrà essere portata avanti sul piano politico e attraverso i canali istituzionali. Una deriva brutale non giova a nessuno».
19 aprile 2017

