Referendum giustizia: Bachelet (no) e Matone (sì) a confronto al Due Pini

Il confronto in vista della consultazione del 22 e 23 marzo nell’auditorium afferente alla parrocchia di Santa Chiara. Tra i nodi, l’autonomia della magistratura e il ruolo del Csm, il rapporto con la politica e il sorteggio degli organi di autogoverno

Gli applausi di sostegno così come i brusii e le manifestazioni di disapprovazione che ieri sera, 2 febbraio, si sono levati dalla platea dell’Auditorium “Due pini”, afferente alla parrocchia di Santa Chiara, nel quartiere Della Vittoria, sono un segnale di come il prossimo referendum costituzionale confermativo sulla giustizia sia non solo un tema attuale ma anche sentito. Tutti esauriti i posti a sedere e tanta la gente rimasta in piedi, infatti, per assistere al dibattito proposto alla comunità parrocchiale con la finalità di “Comprendere per scegliere”. Sul palco, chiamati a confrontarsi, Giovanni Bachelet, figlio del giurista assassinato dalle Brigate Rosse nel 1980 e presidente del Comitato per il no, e, a favore del si, Simonetta Matone, magistrata e deputata della Lega.

«Oggi c’è una diffusa disaffezione verso il voto e la politica in genere – ha detto nel suo saluto introduttivo il parroco monsignor Andrea Manto -, per questo occasioni di approfondimento e di ascolto come quella di questa sera sono importanti per poi agire coscientemente», tenuto conto che «è dovere di una comunità parrocchiale offrire queste opportunità» perché, «come ha detto san Giovanni Paolo II, una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta». Il dibattito quindi, moderato dalla giornalista Virginia Piccolillo, ha preso le mosse da uno dei nodi centrali del quesito referendario che verrà sottoposto agli italiani i prossimi 22 e 23 marzo ossia se la riforma approvata dal Parlamento per introdurre la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri metta a rischio l’autonomia della magistratura.

Per Matone «questa riforma rimette le cose a posto poiché dà compimento a un percorso avviato con il nuovo codice di procedura penale pensato da Giuliano Vassalli e ridà al giudice l’autorità e la dignità che deve avere, rendendo il pubblico ministero più indipendente e rendendo pari giudice e pm». Per Bachelet, invece, è importante ricordare «la sentenza del 2000 con cui la Corte Costituzionale ha affermato che non c’è bisogno della separazione delle carriere per garantire l’imparzialità e l’indipendenza della magistratura». Ancora, il presidente del Comitato per il no ha sostenuto che «la riforma è dannosa per l’autonomia e per l’equilibrio dei 3 poteri costituzionali» laddove «il nocciolo della questione è lo smontaggio del Consiglio superiore della Magistratura e la sottrazione ai magistrati del potere di eleggere i propri rappresentanti, che è garantito, a oggi, dai cosiddetti “4 chiodi” dell’articolo 104 della Costituzione» ossia i principi considerati fondamentali per l’indipendenza e l’imparzialità della magistratura.

Altro rischio segnalato da Bachelet è quello di conflitti di interesse a motivo della prevista divisione del Consiglio superiore della magistratura in due organi separati poiché «potrebbe ridurre le garanzie di autonomia». La riforma prevede infatti due Consigli superiori distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri mentre assegna alla Corte disciplinare, organo indipendente, di occuparsi delle responsabilità disciplinari dei magistrati. Consequenziale a ciò, per Bachelet, un «cambio di equilibrio a favore dei politici e uno stravolgimento totale nel rapporto tra magistratura e politica». Per Matone, di contro, è «una delle tante fake news il fatto che con la riforma i pubblici ministeri saranno sottoposti al potere esecutivo perché la nuova formulazione garantisce tanto l’autonomia del giudice quanto quella dei pm» e inoltre «il potere della polizia giudiziaria non sarà depauperato».

Altro tema di confronto è stato quello legato al sorteggio per cui i componenti degli organi di autogoverno – giudici e pubblici ministeri – saranno scelti in parte a sorte. A riguardo, Matone ha osservato che «la casualità c’è già nel “pianeta giustizia” e il sorteggio è quanto di più garantista e democratico possa esserci»; dunque «questo aspetto non genera alcun allarme mentre è la cosa che più sgomenta perché, si dice, è il sistema che serve per smontare quello che è stato fatto finora», sono ancora le parole dell’esponente del Comitato per il si. Preoccupazione invece nelle parole di Bachelet perché «il sorteggio potrebbe ridurre la responsabilità e la competenza degli organi di autogoverno, favorendo la nomina di persone non adeguatamente preparate».

3 febbraio 2026