Regina Coeli, Papa Wojtyla invoca clemenza

Luglio 2000, la visita del Papa nel penitenziario romano in occasione del Giubileo nelle carceri

«Clemenza», certo, da parte delle autorità, ma anche pentimento e conversione da parte dei detenuti. Sono i due messaggi, facce di una stessa medaglia, quella del «peccato» e della sua «dimensione cosmica degli effetti», che Giovanni Paolo II ha portato con sé domenica scorsa, entrando alle ore 9.15 a Regina Coeli, storico penitenziario romano di Trastevere, per celebrare con i reclusi il Giubileo nelle carceri.

L’appuntamento era delicato per la tensione che s’era creata nelle carceri nelle ultime settimane, in seguito alle richieste dei detenuti di provvedimenti di riduzione della pena. Ma Giovanni Paolo II ha offerto una lettura della detenzione che rimanda alle radici stesse della fede.

«Al centro di questo Giubileo c’è Cristo il detenuto» – ha ricordato il Papa –. Cristo, «l’innocenza personificata, attorniato come un malfattore dagli sgherri del Sinedrio» la sera del Giovedì Santo nel Getsemani, giudicato, flagellato, «e quando finalmente tolsero i lacci dalle sue mani fu per inchiodarle alla croce». Tuttavia «al tempo stesso – ha aggiunto – c’è Cristo il legislatore, colui che stabilisce la Legge, la proclama e la consolida». Non lo fa «con prepotenza, ma con mitezza. Cura ciò che è malato, rafforza ciò che è spezzato».

Il Papa ha celebrato la funzione religiosa nella rotonda in cui confluiscono i bracci del carcere romano, alla presenza di autorità religiose e civili. Non tutti i detenuti hanno potuto partecipare, ma solo una settantina: 40 interni a Regina Coeli, 10 detenute di Rebibbia, oltre ai 14 del coro e ai 9 chierichetti. Fra questi ultimi si è consumata una tragedia alle 4 del mattino di mercoledì scorso. L’uomo di 44 anni, di Subiaco, che sosteneva la croce tremando domenica scorsa, è morto in cella stroncato dalla droga, mentre nella cella accanto per lo stesso motivo un colombiano di 27 anni, anche lui chierichetto, è stato ricoverato in gravi condizioni di salute.

«Il carcere è una realtà dura e difficile. Chi percorre questi corridoi, a qualsiasi ora e a qualsiasi titolo durante la giornata ha bisogno di forza, di coraggio e di speranza»: così aveva salutato il Pontefice padre Vittorio Trani, cappellano di Regina Coeli, prima della celebrazione. E Giovanni Paolo II ha portato la speranza chiedendo tre volte domenica scorsa un gesto a favore dei detenuti. «Chiedo alle autorità competenti in nome di Cristo un gesto di clemenza in occasione del Giubileo», ha detto all’inizio della celebrazione in carcere. «Ho invocato per voi un segno di clemenza attraverso una riduzione della pena», ha salutato i detenuti alla fine della visita. E di nuovo un «segno di clemenza – ha chiesto all’Angelus –. «Soprattutto – ha continuato – ho invitato i legislatori di tutto il mondo a ripensare il sistema carcerario e lo stesso sistema penale, mirando a renderli più rispettosi della dignità umana».

«La sua presenza sta illuminando questa rotonda e i bracci – hanno risposto i detenuti attraverso unno di loro, Roberto Spiotta, nel saluto del Pontefice, con la voce incrinata dall’emozione – una luce che è fede, speranza, comprensione, tolleranza, umanità. Che non ci venga tolta la speranza per una vita diversa e migliore».

«Vengo a dirvi che Dio vi ama. Lasciate che io vi chieda di tendere con tutte le forze a una vita nuova, nell’incontro con Cristo». Questa è la strada per uscire dalla prigione. Cristo è la «speranza della liberazione». Giovanni Paolo II ha invitato a una conversione, che è «proposta alla libera accettazione di ciascuno», ma «è doveroso accettare il messaggio della Parola di Dio nel suo significato integrale. Il carcere da cui il Signore viene a liberarci – ha sottolineato – è quello in cui si trova incatenato lo spirito. Prigione dello spirito è il peccato». Peccato «che ha turbato il disegno di Dio» e tutto «il creato ne risente. Questa dimensione cosmica degli effetti del peccato si tocca quasi con mano dei disastri ecologici». «è da questa schiavitù – ha concluso il Santo Padre – che lo Spirito di Dio viene a liberarci». (di Luigi Laloni)

16 luglio 2000