Serbia, ergastolo a Mladic
La sentenza emessa dal Tribunale dell’Aia. Il segretario della Conferenza episcopale di Bosnia-Erzegovina: «Sentenza tardiva. Ora cambiare le cose che rendono difficile la vita della gente»
22 anni dopo la fine della guerra, il Tribunale penale internazionale dell’Aia ha condannato all’ergastolo Ratko Mladic, ex comandante dell’esercito serbo bosniaco. La sentenza è arrivata ieri, 22 novembre: “il boia dei Balcani” – così era conosciuto in quegli anni – è stato dichiarato colpevole del genocidio per Srebrenica, di crimini contro l’umanità, della deportazione e persecuzione di un numero infinito di donne e uomini. Una «giustizia parziale», secondo il gruppo delle “Madri di Sebrenica”, che ha seguito in diretta la lettura del verdetto: Mladic è stato condannato per 10 dalle 11 accuse, non è stato dichiarato colpevole per genocidio in sei municipalità della Bosnia dell’Est e nella parte Nord-Ovest. Per Hatizda Mehmedovic, che guida l’associazione delle madri degli 8mila musulmani massacrati e uccisi a Sebrenica, «a riguardo ci sono state molte prove di genocidio nei confronti della popolazione non serba».
Da parte sua, l’ex generale non ha mostrato alcune segno di pentimento. Anzi, prima di ascoltare la sentenza, durante la lettura delle motivazioni da parte del giudice, ha gridato: «Sono tutte bugie». Quindi ha insultato la Corte ed è stato portato via dall’aula. Il suo avvocato ha già dichiarato che ricorrerà in appello. «È molto triste», è il commento del segretario generale della Conferenza episcopale di Bosnia-Erzegovina Ivo Tomasevic: «La sua odierna reazione dispiace. Bisogna poter ammettere di avere compiuto del male e chiedere scusa per ciò che è stato fatto, rimediando almeno parzialmente al male compiuto». E la mente corre alle «cose terribili successe durante la guerra, di alcune delle quali sono stato testimone, essendo segretario del cardinale Puljic con cui ho girato in lungo e in largo il Paese». Allora, ricorda monsignor Tomasevic, «si praticava una politica che ha avuto come risultato moltissime vittime, persone cacciate via dal proprio villaggio, case distrutte, chiese e moschee rase al suolo. Ci sono stati tantissimi crimini e molte delle persone coinvolte probabilmente non si rendevano conto di quello che facevano, si agiva secondo l’atmosfera che si era creata».
Secondo il segretario generale dei vescovi, «in Bosnia-Erzegovina è necessaria una struttura che aiuti i profughi e le vittime della guerra». Molte persone che hanno sofferto durante la guerra aspettano tuttora giustizia: in Bosnia-Erzegovina si stimano oltre 5mila casi di uccisioni che non sono stati presi in considerazione nei Tribunali. Crimini di guerra, di violenza sessuale; inoltre ci sono migliaia di persone costrette ad abbandonare la terra e la casa». La sentenza della corte dell’Aia, sostiene, «arriva un po’ tardi. Sono passati 22 anni dalla guerra nei Balcani. Sarajevo è stata bombardata per più di tre anni, c’erano tutti i media». Resta comunque un «segno di giustizia» da parte della comunità internazionale, anche se ora, dichiara, «è più importante cambiare le cose che oggi rendono difficile la vita quotidiana nella Bosnia-Erzegovina affinché il Paese possa avere un futuro». Parla con lo sguardo rivolto al futuro, Tomasevic. «Nel nostro Paese – afferma – c’è bisogno di un’atmosfera nella quale il male si chiami per nome, apertamente. Non per creare nuove divisioni ma con lo scopo di portare alla riconciliazione».
Impossibile non ricordare l’accordo di Dayton, siglato nel novembre 1995 dai rappresentanti dei tre gruppi etnici in conflitto – serbi, croati e bosniaci – nella base dell’Aeronautica militare statunitense in Ohio sotto l’egida e la forte pressione diplomatica dell’amministrazione Usa guidata da Bill Clinton. Accordo che, secondo il segretario della conferenza episcopale, «ha diviso il Paese in due parti e in questo modo sono state legalizzate molte delle cose fatte durante la guerra. Il Paese non è ben organizzato e il prezzo di queste conseguenze si paga ancora oggi». A suo avviso, «bisogna costruire una società che abbia un’unica misura per le cose, dove tutti considerino un crimine di guerra come tale. Solo così si potrà arrivare alla giustizia e alla pace vera. Una società dove tutte le etnie e i diversi popoli possano sentirsi a casa е abbiano gli stessi diritti, cosa che non accade per esempio per i croati che abitano nel territorio della Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina».
Con la sentenza di ieri praticamente termina il lavoro del Tribunale internazionale dell’Aia, il cui mandato si chiude alla fine dell’anno. «Non dobbiamo rimpiangere il passato – è il commento del presidente serbo Alexander Vucic – . Il mio appello alle persone in Serbia è di guardare al futuro».
23 novembre 2017

