Siria, dove la guerra è contro i bambini

Il punto su “10 anni di risposta umanitaria” nel Paese, in conflitto dal 15 marzo 2011, nella conferenza stampa organizzata da Caritas Internationalis

Le prime vittime innocenti della guerra in Siria sono i bambini. Negli ultimi dieci anni non hanno conosciuto altro che bombardamenti, lutti, povertà. Era il 15 marzo 2011 quando scoppiarono le prime proteste a Damasco, sfociate in poche settimane in quella che è una delle crisi più complesse e prolungate a livello globale che ha provocato oltre 388mila vittime. Secondo le stime, alla fine del 2019, oltre 2,45 milioni di bambini siriani, uno su tre, non frequentava la scuola. L’emergenza sanitaria del Covid-19 ha costretto un ulteriore 50% di studenti ad abbandonare il sistema educativo, e questo significa che due terzi dei bambini siriani rischiano di essere risucchiati nella trappola del lavoro minorile. Fino a dieci anni fa il popolo siriano conduceva una vita agiata mentre ora l’85% è al di sotto della soglia di povertà. Dal punto di vista infrastrutturale sono state distrutte il 70% delle stazioni elettriche, il 35% delle scuole e il 50% dei servizi pubblici sanitari.

Uno spaccato drammatico della storia del popolo siriano emerso durante la conferenza stampa “Chiesa e Caritas: 10 anni di risposta umanitaria in Siria” svoltasi questa mattina, 23 marzo, attraverso la piattaforma Zoom. Organizzato da Caritas Internationalis, l’incontro è stato l’occasione per lanciare un appello alla comunità internazionale affinché finanzi interventi destinati a far uscire le famiglie dalla povertà e a elargire risorse per il settore dell’istruzione. Da Aloysius John, segretario generale di Caritas Internationalis, anche la richiesta di «terminare le sanzioni unilaterali che peggiorano le condizioni di vita dei siriani».

Le persone che necessitano di assistenza umanitaria sono 11,1 milioni e per loro un futuro migliore resta ancora una utopia. Se è vero che in alcune regioni della Siria i bombardamenti sono cessati da alcuni mesi, «il processo di pace è in una fase di stallo e la ricostruzione non è ancora iniziata», ha sottolineato il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, in collegamento da Damasco. Si parla della Siria in occasione dell’anniversario dell’inizio del conflitto bellico, ha lamentato il porporato, secondo il quale «il Paese è quasi completamente scomparso dai radar dei media, proprio come Papa Francesco aveva avvertito un anno fa». Oggi la popolazione fa i conti con «la terribile “bomba” della povertà, che, secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite, colpisce inesorabilmente circa il 90% della popolazione» ha aggiunto.

Esprimendo gratitudine a chi in questi anni ha promosso progetti umanitari e alle centinaia di persone, «alcune delle quali volontarie, che hanno perso la vita per aiutare i siriani», il cardinale Zenari ha rimarcato che le sfide da affrontare «sono enormi e le possibilità molto limitate». Servono centinaia di miliardi di dollari per ricostruire ospedali, scuole, case, fabbriche che possono far ripartire l’economia e avviare il processo di pace. «Quanto tempo dovranno aspettare i siriani? Il tempo sta finendo – la riflessione del nunzio -. Molti di loro hanno perso la speranza. Servono soluzioni urgenti e radicali. L’attuale stallo politico tra le parti in conflitto deve essere superato con l’aiuto di una costruttiva diplomazia internazionale sulla Siria».

Caritas Siria aiuta quasi 200mila famiglie ogni anno attraverso molteplici servizi, dalla distribuzione di pacchi viveri alla promozione di programmi educativi attraverso il pagamento delle tasse scolastiche e la distribuzione di materiale didattico come ha spiegato il direttore Ryad Sargi. Ad una situazione già tragica si è aggiunto il coronavirus. Secondo il ministero della Salute siriano, al 21 marzo, i contagiati sono 17.411 e i morti 1.163. «Gli ospedali sono pieni e le terapie intensive quasi esaurite – ha detto Sargi -. I contagiati sono molti di più di quelli conteggiati perché la vita prosegue normalmente e non vengono adottate misure interne come lockdown o coprifuoco perché i siriani hanno necessità di lavorare».

Aloysius John, ricordando che dall’inizio della guerra oltre 12 milioni di persone sono fuggite dal Paese, unitamente alla Chiesa in Siria ha chiesto «un’immediata rimozione di tutte le sanzioni unilaterali, che aggravano la condizione dei siriani. L’accesso alle forniture sanitarie essenziali, compresi i vaccini anti Covid -19. Il sostegno alle Ong e l’avvio di negoziati di pace». Da monsignor Jean-Abdo Arbach, arcivescovo melchita di Homs e presidente di Caritas Siria, infine, un accorato appello alla pace. «Vogliamo la pace e il dialogo – ha detto -. Chiediamo al governo di collaborare con l’opposizione per riconquistare la dignità umana. Dopo 10 anni di guerra, chiediamo la cooperazione internazionale. A causa della crisi in Medio Oriente la Siria è stata dimenticata». Ma nel Paese, ha spiegato, manca l’elettricità per gran parte della giornata, le persone hanno fame e oggi si è aggiunta la paura per la pandemia.

23 marzo 2021