Vengono da Sud America, Africa, Est Europa, Stati Uniti e Asia le testimonianze delle vittime di abusi trasmesse questa mattina, 21 febbraio, nell’Aula nuova del Sinodo, davanti a Papa Francesco e ai 190 partecipanti al summit convocato in Vaticano contro gli abusi, dedicato a “La protezione dei minori nella Chiesa”. «Vi chiedo, per favore, di collaborare con la giustizia, che abbiate una cura particolare nei riguardi delle vittime, che quello che sta accadendo in Cile, cioè, quello che il Papa sta facendo in Cile, si ripeta come modello in altri Paesi del mondo», è l’appello lanciato nel primo video. A parlare è un uomo sudamericano, che denuncia: «Vediamo tutti i giorni la punta dell’iceberg: nonostante la Chiesa affermi che è tutto finito, continuano a emergere casi: perché?». La risposta: «Perché si procede come quando ci si trova di fronte a un tumore: si deve trattare tutto il tumore, non limitarsi a rimuoverlo. Io vi chiedo di ascoltare quello che il Santo Padre vuole fare, non limitandovi ad assentire con un cenno del capo per fare poi un’altra cosa». Quindi, un’altra richiesta: «Che aiutiate a ristabilire la fiducia nella Chiesa; che coloro che non vogliono ascoltare lo Spirito Santo e che vogliono continuare a coprire, se ne vadano dalla Chiesa per lasciare il posto a quelli che invece vogliono creare una Chiesa nuova, una Chiesa rinnovata e una Chiesa assolutamente libera dagli abusi sessuali».

Nel secondo video, invece, la testimonianza è quella di una donna africana, che dall’età di 15 anni ha avuto relazioni sessuali con un prete. «È durato 13 anni – racconta -. Sono stata incinta tre volte e mi ha fatto abortire tre volte, molto semplicemente perché egli non voleva usare profilattici o metodi contraccettivi. All’inizio – confida – mi fidavo così tanto di lui che non sapevo potesse abusare di me. Avevo paura di lui e ogni volta che mi rifiutavo di avere rapporti sessuali con lui, mi picchiava. E siccome ero completamente dipendente da lui economicamente, ho subito tutte le umiliazioni che mi infliggeva». I rapporti si consumavano «sia a casa sua nel villaggio che nel centro di accoglienza diocesano». Nessun diritto ad avere dei ragazzi, pena: le botte. «Mi dava tutto quello che volevo, quando accettavo di avere rapporti sessuali; altrimenti mi picchiava – ricorda la donna -. Non si può abusare di una persona in questo modo. Bisogna dire che i preti e i religiosi hanno modo di aiutare e allo stesso tempo anche di distruggere: devono comportarsi da responsabili, da persone avvedute».

Sacerdote religioso il terzo testimone, 53 anni. «Quest’anno è il 25° della mia ordinazione. Sono grato a Dio – il suo racconto -. Che cosa mi ha ferito? Mi ha ferito l’incontro con un prete. Da adolescente, dopo la conversione, andavo dal prete perché mi insegnasse come leggere la Scrittura durante la Messa; e lui toccava le mie parti intime. Ho passato una notte nel suo letto. Questo mi ha ferito profondamente». Dopo molti anni, un’altra ferita: «Da adulto, ho parlato dell’accaduto con un vescovo. Sono andato da lui insieme con il mio provinciale. Prima ho scritto una lettera al vescovo, sei mesi dopo un colloquio con il prete. Il vescovo non mi ha risposto e dopo sei mesi ho scritto al nunzio. Il nunzio ha reagito manifestando comprensione. Poi – prosegue – ho incontrato il vescovo e lui mi ha attaccato senza tentare di comprendermi, e ciò mi ha ferito».

Racconta del «dolore» nelle sue relazioni familiari il quarto testimone, un uomo degli Stati Uniti. «Provo ancora dolore per i miei genitori, provo dolore per la disfunzione, il tradimento, la manipolazione che quest’uomo malvagio, che all’epoca era il nostro prete cattolico, ha inflitto alla mia famiglia e a me – commenta -. Questo è ciò che mi ha ferito di più e che porto con me oggi. Adesso sto bene, perché ho trovato speranza e guarigione raccontando la mia storia, condividendola con la mia famiglia, mia moglie, i miei figli, la mia famiglia in senso più ampio, i miei amici e siccome riesco a farlo mi sento meglio con me stesso e riesco ad essere me stesso». Oggi, riflette, «ai vescovi vorrei chiedere una leadership, una leadership di visione e di coraggio».

Il quinto testimone, ancora un uomo, dall’Asia, racconto di molestie sessuali ripetute nel tempo – «oltre cento volte» -, che gli hanno provocato «traumi e flashback» per tutta la vita. «Fa fatica vivere la vita, fa fatica stare insieme alla gente, avere rapporti con le persone – le sue parole -. Ho avuto questo atteggiamento anche nei riguardi della mia famiglia, dei miei amici e perfino di Dio. Ogni volta che ho parlato con i Provinciali e con i Superiori maggiori – ricorda -, questi hanno regolarmente coperto gli abusatori e questo a volte mi uccide». Quindi spiega che «la maggior parte dei Superiori non sono capaci di fermare gli abusatori, a causa delle amicizie tra di loro». Di qui la richiesta di «produrre azioni severe: se vogliamo salvare la Chiesa, credo che gli abusatori debbano essere puniti. Chiederò ai vescovi di prendere iniziative molto chiare, perché questa è una delle bombe a orologeria nella Chiesa che è in Asia. Se voi volete salvare la Chiesa – ammonisce -, dobbiamo darci una mossa e indicare gli autori con nome e cognome. Non dobbiamo permettere che le amicizie abbiano la meglio, perché questo distruggerà un’intera generazione di bambini. Come diceva Gesù, dobbiamo diventare simili ai bambini, non molestatori di bambini».

21 febbraio 2019