Un anno fa le rivolte in carcere e i 13 detenuti morti: «Grave che si dimentichi»

Il Garante nazionale Palma: «Un fatto senza precedenti». Interrogarsi sulle tensioni e sulla pervasività della droga nelle carceri. E sui procedimenti in corso

«Penso sia grave che, pur in un momento così difficile per la pandemia, non ci si interroghi e non si faccia una riflessione su quanto accaduto nelle carceri un anno fa. Che ci si dimentichi di quel che è accaduto». Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, lo ripete spesso: le rivolte in 49 carceri, con la morte di 13 detenuti e il ferimento di 40 agenti, avvenute dal 7 al 10 marzo del 2020, sono un fatto senza precedenti nella storia della Repubblica italiana. Rivolte scoppiate a seguito delle restrizioni dei colloqui per limitare i contagi negli istituti penitenziari. La settimana scorsa, la Procura di Modena ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta su otto dei nove detenuti morti della casa circondariale Sant’Anna: il decesso sarebbe stato causato solo da overdose. «Valuteremo con i nostri avvocati e periti la motivazione della richiesta di archiviazione – annuncia il Garante nazionale dei detenuti – e vedremo se fare opposizione».

Oltre ai 9 del Sant’Anna (cinque deceduti durante la rivolta, quattro mentre venivano trasferiti in altre carceri), vanno aggiunti al conto i tre morti nel carcere di Terni e uno in quello di Bologna. Il primo interrogativo riguarda la causa dei decessi. L’allora ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, in Senato dichiarò che erano «per lo più riconducibili all’abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini». Sono effettivamente morti tutti di overdose? Inoltre, in che condizioni erano i quattro deceduti dopo o durante il trasferimento in un altro carcere la notte stessa della fine delle rivolte. Chi ha autorizzato il trasporto? «Abbiamo fiducia nella magistratura – aggiunge il Garante -. Abbiamo deciso di seguire i procedimenti penali in corso sulle loro morti, nominando nostri avvocati e periti, anche per rassicurare la collettività, perché oltre alla magistratura c’è anche il Garante che vigila che non si arrivi a conclusioni affrettate».

Ma «l’aspetto penale, pur rilevante, non è l’unico da tenere in considerazione – sottolinea Mauro Palma -. Perché quelle rivolte riguardano tutti noi, dal punto di vista istituzionale, politico e sociale. Evidenziano la situazione che si vive nelle carceri, dove c’è elevata conflittualità. Non solo. Come mai le rivolte si sono trasformate anche in un assalto alle infermerie e quindi ai medicinali e al metadone? Il problema droga pervade il carcere, visto che l’esplosione di una situazione di tensione si concentra poi nel procurarsi sostanze: forse dobbiamo pensare ad altri percorsi per molti detenuti. Mi chiedo inoltre – aggiunge – come mai sia stato così difficile evitare che la situazione esplodesse. Non penso che dietro alle rivolte ci sia stato un disegno della criminalità organizzata, semmai come nel caso di Foggia (dove sono evasi 72 detenuti, poi rientrati spontaneamente o arrestati, ndr) è intervenuta dopo. Il problema di fondo è invece come si comunica con i detenuti, perché il carcere è un sistema che ha un’intrinseca fragilità. Si è data l’impressione che si andasse verso la chiusura di tutti i colloqui e di ogni rapporto tra i detenuti e l’esterno. Poi invece con i sistemi di video chiamata la tensione si è sciolta».

Nell’intera vicenda delle rivolte, per il Garante «va inoltre posta attenzione alle condizioni in cui furono fatti i trasferimenti dei detenuti» e alla «capacità da parte delle carceri in cui sono stati destinati di gestire con il dovuto rigore e rispetto la loro accoglienza, evitando qualunque forma di rivalsa». (Dario Paladini)

9 marzo 2021