Accordo Usa – Talebani, «un passo avanti verso la pace»

A parlare è il barnabita Giuseppe Moretti, missionario in Afghanistan dal 1990 al 2015. «Restano incertezze: chi guiderà il dialogo tra governo afghano e talebani?»

«Ringraziamo Dio perché è stato compiuto un passo verso un futuro di pace per l’Afghanistan. Dobbiamo però essere consapevoli del fatto che si tratta di un piccolo passo, che non va ingigantito ma va trattato con molta prudenza ed equilibrio. Restano, infatti, molte perplessità, dovute innanzitutto al fatto che l’accordo di Doha è stato firmato solo dal governo statunitense e dal movimento talebano. Mi ha sempre impressionato come, nel corso delle trattative, gli Stati Uniti abbiano tenuto da parte il governo afghano legittimamente costituito». A parlare all’Agenzia Fides è il padre barnabita Giuseppe Moretti, missionario in Afghanistan dal 1990 al 2015, che valuta la firma dell’accordo di pace tra Stati Uniti e Talebani, il 29 febbraio scorso.

La trattativa diplomatica per arrivare all’accordo è durata oltre un anno e mezzo: dopo 18 anni di guerra, si tratta di una tappa verso il traguardo finale della pace nel Paese che, secondo i dati Onu, solo lo scorso anno ha visto 3.400 civili uccisi a causa delle ostilità. Ad apporre la firma sono stati l’inviato americano per l’Afghanistan Zalmay Khalilzad e il mullah Abdul Ghani Baradar, vice capo dei talebani ed esponente dell’originario governo degli insorti. I due si sono stretti la mano tra l’esultanza dei presenti, compreso e il segretario di stato Mike Pompeo, secondo cui l’intesa «crea le condizioni per consentire agli afghani di determinare il loro futuro». L’accordo infatti, che segue una settimana di tregua sul terreno, apre la strada all’inizio dei negoziati tra le milizie ribelli ed il governo di Kabul. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno annunciato il ritiro completo delle truppe, comprese quelle della Nato, entro l’aprile 2021, riducendole a meno della metà – 8.600 uomini – già nei prossimi 135 giorni.  I Talebani, dall’altra parte, si impegnano a non favorire la presenza, in territorio afghano, di organizzazioni terroristiche pronte a pianificare attentati all’estero.

Tra le condizioni del concordato di Doha, osserva il missionario, «è prevista la consegna di prigionieri: è questo un impegno di competenza degli americani o una questione politica afghana? Tutto quello che riguarda il presente, il passato e il futuro dovrebbe essere trattato da coloro che compongono il Paese, in positivo o in negativo», rileva padre Moretti,  rimarcando il «grande assente» al tavolo, ovvero il governo di Kabul. A favorire una condizione di incertezza, secondo il barnabita, è il fatto che se è vero che l’accordo prevede «un secondo passo, costituito dall’incontro diretto tra governo afghano e talebani», non è chiaro «chi guiderà questa fase del dialogo. Dopo le elezioni molto discusse, il presunto vincitore risulta essere Ghani, ma il suo avversario Abdullah Abdullah, ha già contestato l’esito delle votazioni, aumentando così le debolezze interne del governo che dovrà interfacciarsi con i Talebani. Costoro, d’altro canto – prosegue padre Moretti -, vivono nello stesso stato di incertezza, perché non è detto che il gruppo che ha firmato a Doha rappresenti il pensiero di tutte le differenti fazioni che compongono il movimento talebano».

Centrale, nell’analisi del religioso, il tema dei diritti. «Resta da capire – commenta a Fides – cosa ne sarà dei diritti conseguiti negli anni dalle donne: si parla, infatti, della costituzione di un emirato islamico dell’Afghanistan. Secondo gli analisti della realtà islamica, la parola “emirato” equivale all’applicazione della shari’a, la legge islamica. Non si può dimenticare, poi, che l’accordo prevede l’impegno dei talebani a non far accedere nel territorio afghano le varie diramazioni di Al Qaeda e i gruppi jihadisti ma, secondo gli analisti, diversi membri o fazioni del movimento talebano sono legati all’universo internazionale islamista». Per padre Moretti dunque «si parla di pace ma credo che attualmente si tratti solo di una pace relativa, che non dà sicurezza. È un primo passo e ne occorrono altri. L’auspicio è che l’Afghanistan possa iniziare un reale cammino verso la costruzione di una nazione umana, un cammino di fatto di serenità, sviluppo e pace».

3 marzo 2020