Aiart e Caritas romana contro il gioco d’azzardo

A Roma in azione 24.931 slot machine; 170mila i 15-19enni coinvolti. Rilanciata la campagna contro ogni forma di pubblicità

A Roma in azione 24.931 slot machine; 170mila i 15-19enni coinvolti. Rilanciata la campagna contro ogni forma di pubblicità

«Io ho dentro, come fattore endogeno, il gioco d’azzardo». A dirlo è Enzo Ghinazzi, in arte Pupo. Il popolare cantante italiano, in passato vittima del tavolo da poker, si confessa nel corso del convegno “Stop alla pubblicità del gioco d’azzardo”, organizzato dall’Aiart (Associazione di telespettatori Onlus) in collaborazione con la Caritas diocesana di Roma ieri, lunedì 27 aprile. «Così come si nasce con due orecchie e un naso – continua Pupo -, io sono nato con l’azzardo. Tanto che sebbene io oggi sia un ex-giocatore, perché materialmente non gioco più, di fatto resto un giocatore perché per me tutto è vissuto su decisioni che spaccano in due: o si o no, o bianco o nero». Il cantante confessa che venirne fuori è stato duro, «come chi vuol mangiare ma non può perché sa che ingrassa». Certo, riconosce, «io ho frequentato un altro periodo, quando entrare in un casinò comportava già sottoporsi a una selezione: abito elegante, orologio al polso. Oggi, invece, è tutto più pericoloso e al gioco d’azzardo accede, in ogni momento della giornata, anche il poveraccio vestito di stracci».

Se gli si chiede un parere sulla necessità di eliminare gli spot che incitano al gioco, Pupo risponde che «sì, potrebbe essere vietata o, meglio, regolamentata» ma che comunque «la questione è un’altra: mancano i maestri». Mancano cioè quelle figure, «quei punti fermi», a cui ricorrere per un consiglio di vita, e «mancano soprattutto i valori». Una considerazione che anche lo psichiatra Federico Tonioni, responsabile dell’ambulatorio Dipendenze del Policlinico Gemelli, conferma. «In tutte le persone affette da ludopatia – evidenzia – c’è una componente di “non amore”, ovvero una certa percezione di non sentirsi amati». E che l’unica soluzione per venirne fuori sia «l’affetto delle persone care» è anche l’opinione di monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana di Roma che, sul gioco d’azzardo, ha intrapreso una vera e propria battaglia. Il motivo è presto detto: «Come Caritas, abbiamo centri di accoglienza a cui le persone si rivolgono per i bisogni più diversi. Da ultimo, anche per ragioni legate alla dipendenza da gioco». Una dipendenza che, se aggravata dalla presenza di quelli che Feroci chiama «sciacalli», ossia tutti coloro che speculano sul disagio, sulla povertà e sulla debolezza psicologica, si fa addirittura «sconcertante».

Forte delle tante esperienze che quotidianamente ascolta e raccoglie, monsignor Feroci lancia allora «un grido di dolore», specie per Roma: «Capitale del cristianesimo, questa metropoli è ormai anche capitale europea del gioco d’azzardo». Feroci snocciola dati allarmanti, riferiti al mese scorso: «Le slot machine in azione a Roma sono 24.931. Ciò vuol dire che una città di circa 25mila persone è ferma a giocare». Racconta il dramma dei pensionati e degli anziani «che al mattino, quando non si tratta di una sala aperta 24 ore su 24, sono già lì davanti in attesa che si alzi la saracinesca». Ma sale scommesse sono aperte anche nelle vicinanze delle scuole, dei parchi, dei campetti da calcio. «Studi dimostrano che 170mila ragazzi tra i 15 e i 19 anni – denuncia il direttore della Caritas romana – hanno un rapporto problematico col gioco d’azzardo, tanto più che questi locali si trovano vicino ai luoghi per antonomasia della socialità giovanile». Il sacerdote chiede allora una «conversione etica» e rilancia l’iniziativa del quotidiano Avvenire affinché, tra le altre cose, «ci sia il divieto totale di fare pubblicità al gioco d’azzardo e che si avvii una moratoria per i nuovi giochi d’azzardo col fine di ridurne il consumo».

28 aprile 2015