Arrupe, uomo del Concilio e del dialogo

Preposito generale della Compagnia di Gesù dal 1965 al 1983, al via il 5 febbraio la causa di beatificazione. L’intervista al postulatore generale dei Gesuiti padre Pascual Cebollada

Domani, 5 febbraio, anniversario della sua scomparsa, si apre in Vicariato con il cardinale Angelo De Donatis la causa di beatificazione di padre Pedro Arrupe, preposito generale della Compagnia di Gesù dal 1965 al 1983. Ne parliamo con il postulatore generale dei Gesuiti, padre Pascual Cebollada.

Arrupe ha guidato la Compagnia nella delicata fase post-conciliare. Quale impronta ha lasciato?
Fin da giovane ha avuto uno spirito missionario che ha sempre conservato, un anelito coronato quando andò in Giappone. Aveva percorso metà del mondo in cerca di denaro e di compagni per tale missione e per questo era, in parte, una persona conosciuta. Quando fu eletto superiore generale ha continuato con il suo spirito missionario ed è quello che ha voluto trasmettere alla Compagnia di Gesù. Ma allo stesso tempo fu un uomo del Concilio. Diceva: sant’Ignazio ha vissuto Trento e post-Trento, noi viviamo Vaticano II e post-Vaticano II, perciò dobbiamo fare della Compagnia la Compagnia del post-Concilio. Questa è stata la linea essenziale dei suoi atteggiamenti, delle sue decisioni, dei suoi rapporti con la Chiesa. Una sintesi della tradizione e della novità del Concilio per segnare il modo di essere della Compagnia.

Padre Arrupe è stato criticato per la sua ricerca di dialogo con il marxismo e per la sua simpatia per la teologia della liberazione. Qual è la verità storica?
Penso che non possiamo “appropriarci” di Arrupe, nel senso che ha una profondità, una solidità spirituale davvero grande. Una persona così va oltre le ideologie. Arrupe non è un ideologo. Agisce spinto dal Vangelo, dagli insegnamenti del magistero, dalle fonti della Compagnia, dal suo rapporto con Dio. La Chiesa del Vaticano II è essenzialmente Chiesa del dialogo, perciò non è un’invenzione di Arrupe. Ha voluto guardare la realtà del mondo, seguire il mandato e il desiderio di Paolo VI di combattere l’ateismo e questo lo ha portato a creare istituti di ricerca per avere un luogo comune dove parlare con persone che, diceva, teoricamente sono atei ma nella pratica non sono così facili da inquadrare. Quanto alla teologia della liberazione, quando Arrupe si è reso conto che c’era qualcosa che andava al di là della sua intenzione evangelica, si è opposto chiaramente dicendo “noi non vogliamo fare alcuna ideologia”. Allo stesso tempo, lui aveva un grande senso della promozione della giustizia e dell’amore ai poveri.

Quello tra padre Arrupe e san Giovanni Paolo II fu considerato un rapporto difficile. Qual è la sua chiave di lettura?
Si è parlato di malintesi, tensioni, scontri tra Compagnia di Gesù e Santa Sede. Ma tra il preposito e il Santo Padre c’era grande sintonia su diversi punti, come la missione, l’inculturazione, la dottrina sociale, l’evangelizzazione, che entrambi avevano nel cuore. Su questi temi i documenti di Arrupe, che aveva una grande devozione per il Papa e la Santa Sede, vanno nella stessa direzione di quelli del Santo Padre. Ci sono tanti episodi che raccontano come cercasse ogni occasione per recarsi a visitarlo, a rendergli omaggio, pregare insieme. Ogni volta che Giovanni Paolo II passava in macchina per andare alle visite pastorali nelle parrocchie romane, Arrupe usciva dalla portineria della Curia per salutarlo per pochi secondi. Di fronte a tali atteggiamenti e a tutto quello che ha scritto, è impensabile che abbia fatto qualcosa in modo esplicito e cosciente che potesse dispiacere al Santo Padre. Bisogna poi tenere presente un’altra cosa.

Quale?
Tutta la Compagnia ha cercato i mezzi per evangelizzare alla luce del Concilio restando fedele ai propri carismi e, come aveva detto Paolo VI, stando in frontiera. Anche Giovanni Paolo II invitò i gesuiti a «rinnovare la Chiesa». Naturalmente possono esserci stati sbagli, momenti incerti o ambigui dell’evangelizzazione ma Arrupe ha sempre voluto che la Compagnia non perdesse la fiducia nel Papa. Giovanni Paolo II cercava il meglio per la Chiesa, a partire dalla sua esperienza dell’Europa orientale. I due venivano da parti differenti della Chiesa e ciascuno ha offerto il proprio contributo ministeriale e carismatico sulla base del proprio vissuto. Arrupe ebbe sempre assoluta obbedienza nei confronti del Papa.

Quanto ha influito Arrupe sull’attuale Pontefice?
Bergoglio partecipò alla Congregazione generale 32 quando aveva 38 anni. In quell’occasione si conobbero bene, Arrupe lo nominò provinciale dell’Argentina, poi visitò Buenos Aires e ci fu sempre una grande sintonia personale. Quando il Papa poco dopo la sua elezione andò nella chiesa del Gesù, volle lasciare dei fiori sulla tomba di Arrupe e si fermò a pregare. In Perù parlò della grazia del generalato di Arrupe. Spiegò che fu la grazia di tornare alle fonti, recuperare la tradizione ignaziana, di promuovere questa spiritualità al servizio della Chiesa. Penso che davvero Francesco ha un grande affetto e ammirazione per Arrupe.

4 febbraio 2019