Cile, il Papa chiede perdono per gli abusi sui bambini

«Appoggiare con forza tutte le vittime» perché «non si ripeta». Nel suo primo intervento davanti alle autorità civili Francesco delinea le questioni più urgenti per il Paese. A partire dalla più dolente

Dolore e vergogna. Sceglie con cura le parole, Papa Francesco, nel suo primo intervento davanti alle autorità e alla società civile del Cile, accolto al Palacio de La Moneda dalla presidente uscente Michelle Bachelet. In un discorso quasi “programmatico” della sua visita in Cile e Perù, delinea le sfide più urgenti che il Cile deve raccogliere per assicurare un futuro di diplomazia e di pace. Consegna l’imperativo dell’«ascoltare», e quando invita all’ascolto dei bambini parla chiaramente di pedofilia. «Non posso fare a meno di esprimere il dolore e la vergogna che sento – afferma – davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa. Desidero unirmi ai miei fratelli nell’episcopato, perché è giusto chiedere perdono e appoggiare con tutte le forze le vittime, mentre dobbiamo impegnarci perché ciò non si ripeta».

Prende a prestito le parole di sant’Alberto Hurtado, sulla cui tomba andrà a pregare nel pomeriggio, Francesco, per ribadire che il futuro si gioca nella «capacità di ascolto». Capacità che acquista ancor più valore in questa nazione in cui «la pluralità etnica, culturale e storica esige di essere custodita da ogni tentativo di parzialità o supremazia e che mette in gioco la capacità di lasciar cadere dogmatismi esclusivisti in una sana apertura al bene comune». Ascoltare, spiega, è indispensabile: ascoltare i disoccupati, inizia, «che non possono sostenere il presente e ancor meno il futuro delle loro famiglie». Poi il dettaglio: «Ascoltare i popoli autoctoni, spesso dimenticati, i cui diritti devono ricevere attenzione e la cui cultura va protetta, perché non si perda una parte dell’identità e della ricchezza di questa nazione. Ascoltare i migranti, che bussano alle porte di questo Paese in cerca di una vita migliore e, a loro volta, con la forza e la speranza di voler costruire un futuro migliore per tutti».

Ancora, «ascoltare i giovani, nella loro ansia di avere maggiori opportunità, specialmente sul piano educativo e, così, sentirsi protagonisti del Cile che sognano, proteggendoli attivamente dal flagello della droga che si prende il meglio delle loro vite. Ascoltare gli anziani, con la loro saggezza tanto necessaria e il carico della loro fragilità. Non li possiamo abbandonare». Infine l’invito ad «ascoltare i bambini, che si affacciano al mondo con i loro occhi pieni di meraviglia e innocenza e attendono da noi risposte reali per un futuro di dignità».

Anche la custodia del creato è uno dei temi “consegnati” da Francesco alle autorità e alla società civile cilena. Il filo conduttore è ancora il tema dell’ascolto, attraverso cui prestare «un’attenzione preferenziale alla nostra casa comune: far crescere una cultura che sappia prendersi cura della terra e a tale scopo non accontentarci solo di offrire risposte specifiche ai gravi problemi ecologici e ambientali che si presentano». Quindi, sulla scorta della Laudato sì, chiede ai Cileni l’audacia di offrire «uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma a una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico» che «privilegia l’irruzione del potere economico nei confronti degli ecosistemi naturali e, di conseguenza, del bene comune dei nostri popoli».

Per il Papa, «la saggezza dei popoli autoctoni può offrire un grande contributo. Da loro possiamo imparare che non c’è vero sviluppo in un popolo che volta le spalle alla terra e a tutto quello e tutti quelli che la circondano. Il Cile – è l’omaggio di Francesco – possiede nelle proprie radici una saggezza capace di aiutare ad andare oltre la concezione meramente consumistica dell’esistenza per acquisire un’atteggiamento sapienziale di fronte al futuro. L’anima del carattere cileno – continua – è vocazione a essere, quella caparbia volontà di esistere. Vocazione alla quale tutti sono chiamati e rispetto alla quale nessuno può sentirsi escluso o dispensabile. Vocazione che richiede un’opzione radicale per la vita, specialmente in tutte le forme nelle quali essa si vede minacciata».

16 gennaio 2018