Commercio, lavorare di più non sempre è un beneficio

Presentato alla Camera il dossier di “Libera la domenica”: in 3 anni di liberalizzazione degli orari dei negozi, chiuse 124mila attività, a fronte di sole 67mila aperte. In 105mila rimasti senza lavoro. La proposta: restituire competenza in materia alle Regioni

Oltre 67mila negozi aperti negli ultimi tre anni a fronte di 124mila che invece hanno chiuso. Numeri spaventosi, frutto non solo della crisi economica ma anche della liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali voluta tre anni fa dal governo Monti, che non ha portato i frutti sperati. I dati sono racchiusi nel dossier presentato ieri, mercoledì 1° ottobre, alla Camera dei deputati dall’associazione “Libera la domenica”, all’indomani del provvedimento di modifica degli orari dei negozi passato alla Camera e ora al vaglio del Senato, che metterebbe ancora più in difficoltà i commercianti. Nella nuova norma, infatti, le giornate di chiusura obbligatoria passano da 12 a 6; giornate, tra l’altro, scelte dal commerciante. «Perché se si vende di meno bisogna tener aperto la domenica? I dati dimostrano – dice Mauro Bussoni, segretario generale di Confesercenti – che avere la libertà di scegliere se rimanere aperti o no la domenica va a vantaggio della grande distribuzione, mentre affossa i piccoli commercianti. Negli ultimi tre anni sono stati 105mila i lavoratori che hanno perso il posto. Lavorare di più, in questo caso rimanere aperti più a lungo, non porta un beneficio, anzi. La nostra soluzione – continua – è affidare la decisione ai sindaci, che ben conoscono il territorio».

Roma, nel complesso, tiene bene: la Capitale dal 2012 ad oggi registra un 7% di chiusure ma, insieme a Milano, detiene il record di negozi sfitti. Secondo Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori, «bisognerebbe fare i turni come fanno le farmacie. Ragionare senza fare i conti con la realtà significa diminuire fortemente la produttività e aumentare, di conseguenza, i prezzi». La norma non considera l’ampio consenso che ha fatto registrare la campagna “Libera la domenica”, che con 150mila firme sostiene una proposta di legge popolare per restituire alle Regioni la competenza in materia. Promossa da Confesercenti e Federstrade e sostenuta dalla Cei e da molte Regioni, non viene però tenuta in considerazione dal Parlamento. «Abbiamo fatto noi il dossier invece del governo – ammette Tiziana D’Andrea, portavoce di “Domenica no grazie Italia” – e dopo tre anni ci aspettavamo una normativa che regolasse il mercato. Sei giorni di chiusura sono una presa in giro». Ma c’è anche chi sfida la legge: «È un anno e mezzo che la domenica chiudo il centro commerciale – dice Bruno Mestichella de “I Granai” -; pago 500 euro di multa per ogni giorno che rimango chiuso. La domenica è il giorno del riposo, bisogna stare con le famiglie. La colpa è anche di alcune associazioni di categoria che non si battono come dovrebbero». E ricorda che anni fa l’allora sindaco Rutelli decise una turnazione di quartiere in quartiere sulle aperture domenicali: «Al massimo erano 2 o 3 le domeniche in cui si rimaneva aperti durante l’anno, escluso il periodo di Natale o dei saldi».

A ricordare che la domenica è un giorno di riposo è stato anche un messaggio di monsignor Giancarlo Bregantini, presidente della Commissione Cei per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, che ha ricordato le parole di Papa Francesco: «La domenica va resa libera dal lavoro per affermare che la priorità non è a livello economico ma all’umano, al gratuito, alle relazioni non commerciali ma familiari, amicali e per i credenti alla relazione con Dio e con la comunità. Forse è giunto il momento di domandarci se quella di lavorare la domenica sia una vera libertà».

2 ottobre 2014