“Femminile – Maschile”: Negare la differenza è una forma di ingiustizia

La questione del “genere” è una di quelle che si presta volentieri alla seducente convinzione che, se non avesse pesato fino ad oggi il clima culturale e se non avessero pesato le credenze religiose, entrambi fautori del rigido binarismo maschio e femmina in cui viene divisa la specie umana, il pensiero avrebbe cavalcato altre vie, quella della libertà di scelta, quella dell’autodeterminazione e quella del “diventa ciò che vuoi”. Oggi sarebbe finalmente il riscatto. Chi ha stabilito infatti che al maschile biologico debba corrispondere una qualche mascolinità di genere?

Il tristemente famoso esperimento del dottor John Money, il medico che, col “caso dei gemelli”, negli anni ’60, divenne uno dei più celebri ricercatori del secolo in campo sessuale, tendeva a dimostrare come è solo l’ambiente a definire l’appartenenza al genere sessuale di un individuo e non la biologia. Fu un enorme flop, in realtà. E un’autentica tragedia dai costi umani intollerabili.

Money aveva cercato di educare il bambino Bruce – diventato, dopo un intervento chirurgico, la bambina Brenda – ad un processo di condizionamento sociale, mentale ed ormonale per trasformare radicalmente la sua psiche: Brenda venne cresciuta ed educata come una bambina.

Tuttavia questo esperimento di ingegneria psicosessuale senza precedenti, che all’inizio aveva fatto gridare vittoria, si rivelò fallimentare e l’identità femminile forzatamente costruita non riuscì a soffocare la natura maschile che cercava di esprimersi a discapito del look di copertura. Il costo in termini di sofferenza per una vita umana così stravolta fu indicibile.

Solo nel 1997 la rivista medica Archives of Pediatrics and Adolescent Medicine documentò come Brenda avesse combattuto fin dall’inizio contro l’identità impostale e come, a 14 anni, fosse tornata “al sesso scritto nei suoi geni e nei suoi cromosomi”, dopo aver sperimentato un dolorosissimo isolamento – a scuola, col gruppo dei pari – a causa di un corpo che non sentiva suo (Brenda, debbo precisare, era assolutamente ignara del cambio avvenuto in età post-natale). Il tutto si concluse con una drammatica catena di suicidi.

Non è difficile evidenziare le criticità dei «gender studies», a volte persino grottesche, tuttavia essi presentano una sfida: ci mostrano la sofferenza di chi non può entrare nel binarismo sessuale, di chi vive esclusioni senza appello, di chi è costretto a marginalizzazioni troppo dolorose. Dare diritto di cittadinanza a questa sofferenza e riconoscerla nella sua pienezza non vuol dire far credere che tutto sia equivalente e senza costi. Non possiamo infatti ignorare la realtà: uomini e donne sono in relazione attraverso modalità complementari e reciproche e negare la differenza è dunque una nuova forma di ingiustizia e di discriminazione. Di questo e di molto altro parleremo nella nostra rubrica.

Tonino Cantelmi

Le prossime puntate della rubrica “Femminile – Maschile”, dedicate non solo alle insidie della teoria “gender”, ma anche e soprattutto alla forza e al valore della differenza tra maschio e femmina, saranno pubblicate solo sul settimanale cartaceo “Roma Sette” in edicola ogni domenica con Avvenire

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