Giovani e social, l’adozione e la ricerca delle radici

Tracce di speranza possibile, di fronte a passaggi così significativi nella vita di adolescenti e famiglie. Il sorriso di una ragazza, l’umanità dei genitori

Domenica scorsa sono stato invitato a tenere una relazione per una giornata organizzata dalle Rete delle Famiglie adottive della mia regione. Il tema previsto era quello della genitorialità nell’era digitale; a riguardo sono intervenuto affrontando l’argomento dal mio punto di vista: quello di un insegnante che quotidianamente si confronta e tasta il polso del presente (suo e delle ragazze e ragazzi) alla luce di un cambiamento con il quale oramai da un pezzo tutti facciamo i conti.

Il pomeriggio è stato intenso ma in particolare sono stato colpito da una testimonianza che, a partire dalle implicazioni della nuova civiltà digitale, ha sollevato un tema specifico della realtà dell’adozione. Si tratta della questione dell’utilizzo dei social media da parte dei figli e delle figlie adottive, al fine di rintracciare i componenti delle proprie famiglie d’origine. Argomento complesso, nello specifico del quale non posso né oso addentrarmi. Eppure già il semplice modo in cui è stato presentato mi è parso così significativo e prezioso per chiunque da doverne scrivere.

La vicenda è stata condivisa attraverso il video di una ragazza e della sua famiglia che raccontavano la scoperta, da parte di lei, dei propri fratelli naturali attraverso un gruppo Facebook e il successivo percorso felice di accompagnamento e di gestione consapevole di questo passaggio così importante e significativo. Durante la proiezione mi sono ritrovato ammirato e commosso di fronte alla spontanea solarità della ragazza e all’equilibrio, ma soprattutto all’umanità dei due genitori che raccontavano un vissuto circostanziato e particolare che, pur nella sua eccezionalità, si componeva degli ingredienti comunque feriali e necessari nel rapporto che coinvolge madri e padri, figli e figlie: la voglia di autodeterminarsi, la paura del giudizio e della reazione reciproca, la saggezza dell’accompagnamento e la sapienza dell’esserci.

Che cosa mi ha lasciato questa testimonianza? Che cosa hanno lasciato il sorriso di quella ragazza e la serena umanità dei suoi genitori che raccontavano questa vicenda gestita positivamente per quanto delicata, tanto più e ovviamente agli occhi di chi, come me, non vive l’esperienza adottiva? E sì che poco prima io per primo mi ero addentrato in quelle che avevo definito le «complessità della civiltà digitale», questioni per certi versi trite e che spesso e volentieri vengono cristallizzate come spauracchi insormontabili, di fronte alle quali il rifugio più comodo sembra sempre più essere quello apocalittico del «come siamo messi», del dove «siamo finiti».

Non mi è affatto complicato rispondere, né devo scervellarmi per dare un contenuto, una forma al senso di bellezza che continuo a portarmi dentro. Mentre scrivo ripenso a domenica, a come, raggiungendo la sede dell’incontro, avevo pensato semplicemente di partecipare a un evento su giovani e digitale e a come ora mi trovo nella consapevolezza di avere ricevuto qualcosa di ben più grande: le voci, i volti, le persone incontrate, esperienze di senso che annientano il rumore grigio di fondo nel quale facciamo nidificare la nostra tentazione stantia di rinuncia al bene. E quella ragazza, quella coppia di genitori, un puro, cristallino senso di speranza. Vivo, concreto, feriale: possibile.

22 gennaio 2020