I cristiani in Medio Oriente e il dilemma di andare o restare

Se ne è parlato nel concistoro voluto da Francesco per la canonizzazione di Giuseppe Vaz e Maria Cristina dell’Immacolata Concezione. Presenti i 6 patriarchi delle Chiese mediorientali. Su Is e terrorismo: «Non si può uccidere in nome di Dio»

Aperto ieri, lunedì 20 ottobre, da Papa Francesco nell’Aula nuova del Sinodo il Concistoro ordinario pubblico per la canonizzazione dei beati Giuseppe Vaz (sacerdote dell’Oratorio di San Filippo Neri, fondatore dell’Oratorio della Santa Croce Miracolosa a Goa e apostolo di Sri Lanka e India) e Maria Cristina dell’Immacolata Concezione (fondatrice della Congregazione delle Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato). Un appuntamento che il pontefice stesso ha voluto dedicare al Medio Oriente, per fare il punto con i membri del collegio cardinalizio sulla situazione dei cristiani in questa regione. Sullo sfondo, ha riferito ai giornalisti il portavoce vaticano padre Federico Lombardi al termine della mattinata, «il grande dilemma di andare o restare».

Alla presenza di 86 tra cardinali e patriarchi, oltre al segretario di Stato Pietro Parolin e a monsignor Mamberti e monsignor Becciu in rappresentanza della segreteria di Stato, hanno preso la parola tutti e 6 i patriarchi delle Chiese mediorientali, presenti al Sinodo. Tutti, ha riferito padre Lombardi, hanno «passato in rassegna la situazione dei loro rispettivi Paesi», esprimendo «grande gratitudine per il Papa e i suoi frequenti interventi sul tema», oltre che per il «vero sostegno e la partecipazione calorosa» delle altre Chiese alla loro situazione. Si è parlato, dunque, di Iraq, Siria, Egitto, Terra Santa, Giordania, Libano, ribadendo «l’esigenza della pace e della riconciliazione in Medio Oriente, la difesa della libertà religiosa, il sostegno alle comunità locali», ma anche «la grande importanza dell’educazione per creare nuove generazioni capaci di dialogare tra loro e il ruolo della comunità internazionale». Sullo sfondo, l’obiettivo, per il Medio Oriente, di ridefinire il proprio futuro. A partire dall’importanza di Gerusalemme come «capitale della fede» per le tre grandi religioni monoteiste e dalla necessità di arrivare a una soluzione dei conflitti israelo-palestinese e siriano.

Non poteva mancare il tema dell’Is, il sedicente Stato islamico, e delle violenze terroristiche. «Non si può uccidere in nome di Dio», hanno sottolineato con forza i cardinali, evidenziando l’esigenza che «ai cristiani siano riconosciuti tutti i diritti civili degli altri cittadini», specie nei Paesi in cui attualmente la religione non è separata dallo Stato. Riguardo, inoltre, al sostegno per le comunità locali della regione, è stato ribadito che «un Medio Oriente senza cristiani sarebbe una grave perdita per tutti». Di qui la necessità di «incoraggiare i cristiani affinché restino in Medio Oriente» e, nello stesso tempo, aiutare i profughi a fare ritorno nelle loro case, anche attraverso apposite «zone di sicurezza».

Improbabile per il momento, secondo il portavoce vaticano, un viaggio di Francesco in Iraq: «Non c’è nulla di preciso, e certamente nulla di imminente, che riguarda la presenza del Papa in Medio Oriente», ha dichiarato rispondendo alla domanda di un giornalista.

21 ottobre 2014