I Giovani di Ac in preghiera per i «semi di pace che germogliano nonostante la guerra»

Nella veglia celebrata all’Aracoeli, le testimonianze di Layla, palestinese, e Robi, israeliana, che hanno perso un figlio a motivo del conflitto. Fanno parte del Parents Circle, organizzazione congiunta a cui aderiscono 600 famiglie, con l’obiettivo di promuovere la riconciliazione

I suoni e i rumori degli spari, delle bombe e dei mezzi di soccorso hanno aperto la veglia di preghiera per la pace organizzata sabato sera, 20 gennaio, dai Giovani dell’Azione cattolica di Roma, insieme al settore Adulti. Nel buio totale della basilica di Santa Maria in Aracoeli al Campidoglio, solo la piccola icona mariana che campeggia sull’altare era illuminata, segno di speranza. Poi sugli schermi sono scorse le immagini del conflitto israelo-palestinese, riacceso lo scorso 7 ottobre dal violento attacco di Hamas: interi paesi e città in fiamme, edifici distrutti e i volti disperati dei civili, specie quelli dei bambini, sempre in lacrime.

È stato il «tentativo di entrare con i nostri sensi nel dramma della guerra – ha spiegato don Eugenio Bruno, assistente diocesano dell’Ac – e la domanda che ci poniamo è quella che Gesù gridò dalla croce: “Perché mi hai abbandonato?”». Le stesse parole di invocazione al Padre si sono fatte preghiera con la recita del salmo 21 dopo l’ascolto, stavolta da compiere anche con il cuore, del brano biblico del conflitto primigenio tra i due fratelli Giacobbe ed Esaù. La lettura di monologhi narranti la rivalità dei gemelli figli di Isacco fin nel grembo della madre Rebecca ha quindi tentato di spiegare il dramma attuale di un fratricidio che alla luce della fede crediamo sanabile perché «siamo credenti, non illusi, e crediamo nel Dio della pace» e «a Lui vogliamo rendere grazie per i semi di pace che germogliano nonostante la guerra», hanno spiegato Federica De Cristofano e Agnese Palmucci, vicepresidenti del settore Giovani dell’Ac di Roma.

Concretamente, hanno dimostrato che «tutti noi possiamo impegnarci per la pace», sono ancora le parole di Palmucci, le testimonianze di Layla Alsheikh, 46 anni, palestinese e madre di Qussay, 6 mesi, morto perché i soldati israeliani gli hanno impedito l’accesso a cure vitali, e di Robi Damelin, israeliana e madre di David, ucciso da un cecchino palestinese. Le due donne fanno parte del Forum delle famiglie “Parents Circle”, un’organizzazione congiunta israelo-palestinese a cui aderiscono circa 600 famiglie che hanno perso un familiare a causa della guerra. Attiva dal 1995, l’associazione opera nelle scuole per promuovere tra i più giovani il processo di riconciliazione fra i popoli, requisito fondamentale per raggiungere una pace duratura.

«Quel giorno del 2002 – ha ricordato Layla ricostruendo le cause della morte del figlio – ho provato tantissimo dolore e tantissimo odio ma non ho mai desiderato la vendetta perché sapevo che non mi avrebbe restituito il mio bambino»; tornando poi con la memoria al suo primo incontro del Forum “Parents Circle”, ha parlato di «un momento toccante e commovente perché ho visto l’umanità in quelle persone israeliane che raccontavano il loro dolore, non dei nemici, e ho sentito che condividevamo le stesse lacrime». In particolare, la donna ricorda «una madre israeliana che si alzò e venne verso di me per abbracciarmi e chiedermi scusa a nome del suo popolo». Ancora, Layla ha sottolineato come, guardando al conflitto in generale, «non è importante chi ha iniziato cosa e quando ma è importante sederci e capire come possiamo andare avanti», operando per «la vera riconciliazione, mettendola in pratica noi stessi» perché «Dio ci ha fatto vivere in comunione e con amore».

Anche Robi ha invitato «a fare parte della soluzione in questa grande guerra, parlando e lavorando insieme: questa è la strada giusta da percorrere». Raccontando della morte del proprio figlio, anche la donna israeliana ha sottolineato come da subito ha capito che «se volevo fare qualcosa per alleviare il dolore per me e per le persone che erano nella mia situazione» non era «cercare vendetta». Ha invece iniziato a prendere parte agli incontri del Forum a Gerusalemme e «ho potuto guardare negli occhi le madri palestinesi, capendo che le nostre lacrime erano le stesse, per lo stesso dolore». Questa occasione di confronto, ha affermato con forza Robi, «è stata per me l’inizio di una nuova vita», a tal punto che quando i soldati le hanno comunicato di avere catturato l’assassino di suo figlio ha deciso «di scrivere una lettera a lui e una alla sua famiglia, per intraprendere un percorso di riconciliazione». I segni luminosi offerti dalle due toccanti testimonianze sono quindi confluiti nella recita comunitaria della preghiera per la pace di Papa Francesco e poi nella benedizione finale sul sagrato della basilica, con il cero pasquale portato fuori e l’accensione da parte dell’assemblea di piccole candele profumate.

22 gennaio 2024