“Il Secolo breve” di Pappano all’Accademia di Santa Cecilia

Tre serate di concerto, inserite tra le iniziative per il Giubileo della Misericordia. In scaletta tre grandi nomi del panorama musicale del ‘900

Tre serate di concerto, inserite tra le iniziative per il Giubileo della Misericordia. In scaletta tre grandi nomi del panorama musicale del ‘900: Debussy, Schönberg e Fauré

È dal saggio dello storico britannico Eric Hobsbawm “Il Secolo breve” che prende il titolo il concerto che il Maestro Antonio Pappano dirigerà all’Accademia di Santa Cecilia, a Roma, i prossimi 23, 25 e 26 gennaio. Denso di avvenimenti che hanno sconvolto la storia umana, il Novecento è detto “breve” perché in un lasso di tempo che va dalla prima guerra mondiale (1914) al crollo dell’Unione Sovietica (1991) in pratica è accaduto di tutto: i conflitti bellici, la caduta del muro di Berlino, i progressi tecnologici, le conquiste sociali e la stessa arte – musica compresa – ha avuto evoluzioni che hanno contribuito a sottolineare i momenti più cruciali dell’umanità.  In scaletta, per questo appuntamento che è stato inserito tra le iniziative per il Giubileo straordinario della Misericordia, figurano tre grandi nomi del panorama musicale del ventunesimo secolo.

Si inizia con Claude Debussy e Il “Prélude à l’après-midi d’un faune”, scritto tra il 1891 e il 1894, in cui i timbri orchestrali e la sensibilità armonica creano un capolavoro sinfonico oscillante tra simbolismo e impressionismo, che è uno spartiacque nella storia musicale francese, segnando l’inizio di una nuova epoca e l’avvento della modernità. Il poeta Mallarmé, che conosceva la musica di Debussy, dopo aver ascoltato il “Prélude” scrisse al compositore chiedendogli di musicare la sua egloga, per la quale aveva in mente una rappresentazione scenica. Le parole che affida alla lettera sono forse per il musicista la vera ricompensa: «La musica evoca le emozioni della mia poesia e definisce lo sfondo in modo più vivo di quanto avrebbe potuto il colore». Perché non v’è dubbio che il brano di Debussy è impregnato di una leggerezza di strumentazione e vicinanza al mondo pittorico e poetico che allora stava invadendo la Francia tanto da fargli dire personalmente che «l’opera è proprio costruita, ma cercherete invano le colonne, infatti le ho tolte».

Il contrasto arriva con il Concerto per violino di Schönberg e che appartiene all’ultima fase creativa del compositore austriaco: terminata la scrittura nel 1936, a Los Angeles, avendo abbandonato l’Europa sulla quale incombeva la minaccia del nazismo; il lavoro è dedicato ad Anton Webern. Frutto di una nuova prospettiva rispetto ai rigorosi assunti dodecafonici, questo lavoro è un pezzo tanto espressivo quanto aspro. Eseguito la prima volta nel 1940, lo stesso Schönberg dichiarò allora: «Credo che col mio nuovo Concerto per violino ho creato la necessità di un nuovo genere di violinista». Per poi aggiungere: «A dire il vero, dovrebbe possedere una mano sinistra con sei dita». Michael Barenboim, figlio del più noto Daniel, al suo debutto a Santa Cecilia, è il solista di questo Concerto che ha eseguito con le maggiori orchestre del mondo facendone una sua specialità. Le due voci sono invece di Lisetta Oropesa (soprano) e di Vito Priante (baritono).

Nella seconda parte della serata l’atmosfera si fa più ovattata con il “Requiem” di Fauré e che sir Pappano ha dichiarato essere uno dei suoi pezzi preferiti. Di tutti è il più intimo e discreto: vi è assente, infatti, il “Dies Irae” che Fauré si rifiutò di musicare quando sia Berlioz che Verdi ne avevano fatto, al contrario, il centro di un vero e proprio dramma religioso. Pagina d’intensa spiritualità diluita in linee melodiche semplici, a celebrare il congedo dalla vita con serena rassegnazione, questo “Requiem” fu scritto da Fauré in memoria del padre, morto a Tolosa nel 1885. Eseguito per la prima volta alla Madeleine, nel 1888, dopo la morte anche della madre del compositore, rimase l’unica opera di vaste dimensioni e con l’intervento dell’orchestra scritta da Fauré per la chiesa. Il “Requiem” fu eseguito ancora una volta nel 1924, per i funerali dell’autore. Tinto di un lirismo sommesso, che rifugge urti e violenti contrasti, l’opera è animata da quella malinconia amara di chi ha preso coscienza dell’impotenza dell’uomo.

22 gennaio 2016