In Iran sono 525 i manifestanti uccisi, tra cui 71 bambini

Le proteste innescate dalla morte di Mahsa Amini, nel settembre 2022. La denuncia di Amnesty international: oltre 19mila le persone arrestate. La campagna lasciti

“Donna, Vita, Libertà”. È il grido che anima la protesta, in ogni regione dell’Iran, di donne e uomini di ogni età e classe sociale, in piazza contro un regime che opprime la sua popolazione con sistematiche discriminazioni di genere e violazioni delle libertà fondamentali. Un’agitazione nata nel nome di Mahsa Amini, la ventiduenne di origini curde arrestata il 13 settembre scorso a Teheran dalla polizia morale con l’accusa di non indossare il velo nel modo corretto. Testimoni oculari raccontano che è stata picchiata con violenza mentre veniva trasferita con la forza nel centro di detenzione di Vozara, a Teheran. In poche ore è stata trasferita all’ospedale di Kasra dopo essere entrata in coma. È morta tre giorni dopo.

La rivolta popolare è esplosa immediatamente dopo la sua morte, portando come conseguenza la micidiale repressione da parte delle autorità iraniane. A svolgere un lavoro costante di monitoraggio delle «gravissime violazioni dei diritti umani che avvengono ogni giorno, per le strade di Teheran e di tutto l’Iran» è Amnesty International, che ne raccoglie le prove per fare pressione sulle istituzioni iraniane e internazionali, affinché vengano abolite leggi come quella sull’obbligo di portare il velo in luoghi pubblici, così come la pena di morte e la tortura. Secondo il codice penale islamico iraniano, infatti, qualsiasi atto ritenuto “offensivo” per la pubblica decenza è punito con la reclusione da dieci giorni a due mesi oppure con 74 frustate. «Le donne che si mostrano in pubblico senza il velo devono essere punite con una reclusione da dieci giorni a due mesi o col pagamento di una multa in contanti – informano dall’organizzazione -. L’età minima della responsabilità penale per le ragazze in Iran è di nove anni, ma di fatto le autorità impongono il velo obbligatorio alle bimbe sin dall’età di sette anni, quando iniziano la scuola elementare. Chi non rispetta queste leggi finisce nelle mani della polizia e delle forze paramilitari, che ogni anno arrestano decine di migliaia di donne solo per aver mostrato ciocche di capelli sotto il velo o per aver indossato abiti colorati». E in strada le donne iraniane sono regolarmente sottoposte a molestie verbali e aggressioni fisiche da parte della polizia e delle forze paramilitari, anche solo se si fermano a parlare con qualcuno; vengono picchiate con schiaffi, pugni e manganelli e ammanettate. «Essere una bambina o una ragazza, in Iran, significa essere alla mercé del regime in ogni momento».

Da settembre a oggi, sono 525 i manifestanti uccisi – tra cui 71 bambini -; oltre 19mila quelli arrestati. L’8 dicembre scorso le autorità hanno messo a morte il manifestante Mohsen Shekari, ritenuto colpevole di «inimicizia contro Dio». Quattro giorni dopo, al termine di un altro processo farsa, è stato impiccato un altro giovane manifestante: Majidreza Rahanvard. Il 7 gennaio sono avvenute le esecuzioni di Mohammad Mehdi Karami e di Seyed Mohammad Hosseini. «Tutti loro hanno subito processi iniqui: sono stati negati i loro diritti a essere difesi da un avvocato di propria scelta, alla presunzione di innocenza, a rimanere in silenzio non rispondendo alle domande e ad avere un processo giusto e pubblico – riferiscono da Amnesty -. Numerosi imputati sono stati torturati e le loro confessioni, estorte in questo modo, sono state usate come prove nel corso dei processi. Le TV di stato hanno mandato in onda le “confessioni” forzate di almeno nove imputati, prima dei loro processi». Il timore ora è che decine di altre persone rischino l’esecuzione, considerate le migliaia di rinvii a giudizio disposti finora. Timore accresciuto dalle richieste da parte del Parlamento e di altre istituzioni di avere processi rapidi ed esecuzioni pubbliche.

«Le autorità iraniane hanno ignorato i ripetuti appelli della comunità internazionale ad aprire indagini su tali crimini – spiega il portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury -. Hanno diffuso una narrazione che mette in discussione le morti dei manifestanti, le attribuisce a suicidi, incidenti stradali, avvelenamenti, overdose o cause naturali e definisce coloro che protestano “vandali al soldo di potenze nemiche”. Proprio questo è il momento in cui la solidarietà internazionale risulta cruciale – prosegue -. Amnesty International è impegnata ogni giorno per documentare i crimini commessi dalle autorità iraniane, ma è fondamentale che tutti ci uniamo intorno alla lotta di migliaia di donne e di uomini che stanno rischiando la vita per costruire un futuro di diritti e libertà».

Nasce con questo obiettivo la campagna “Chi lotterà al tuo posto quando non ci sarai più?“: un invito a continuare a lottare per sempre per un mondo più giusto attraverso il lascito solidale. «Tutti, attraverso un lascito testamentario, possono decidere di lasciare una somma di denaro, un bene immobile oppure mobile – spiegano dall’organizzazione -. Si tratta di un gesto non vincolante, che può essere ripensato e modificato in qualsiasi momento, per lasciare in eredità anche i propri ideali. Con un lascito testamentario in favore di Amnesty International, ognuno di noi può passare il testimone dei propri valori di giustizia, di equità, di rispetto dei diritti umani fondamentali a chi verrà dopo». Sostenendo l’impegno di una realtà che, proprio per restare indipendente, non accetta fondi da governi e istituzioni, né da grandi aziende, ma vive delle donazioni provenienti da persone comuni. «Per questo l’aiuto di ognuno è indispensabile».

Per informazioni: Maria Grazia Diana, responsabile Programma Lasciti, tel. 346.8274558, email lasciti@amnesty.it.

1° marzo 2023