La “Istoria” di Bartoli sui gesuiti, nuovo focus sull’Asia

La prima parte della sterminata opera del ‘600 è stata ristampata in due prestigiosi volumi da Einaudi. L’autore entrò nell’Ordine a soli quindici anni in Emilia

Esistono libri–fondamento, crocevia di civiltà, spartiacque fra un mondo e l’altro: a tale schiera di capolavori va annoverata la sterminata “Istoria della Compagnia di Gesù” a cui Daniello Bartoli, entrato nell’Ordine a soli quindici anni quando bussò alle porte del seminario di Novellara, in Emilia, dedicò la sua vita di “viaggiatore sedentario”. La prima parte, “L’Asia”, pubblicata nel 1653, è stata ristampata da Einaudi in due prestigiosi volumi a cura di Umberto Grassi con la collaborazione di Elisa Frei, introduzione di Adriano Prosperi (il cofanetto che li contiene entrambi costa 140 euro).

L’autore, uno dei classici della letteratura italiana, da ragazzo avrebbe voluto partire per le Indie, ma il suo talento di scrittore paradossalmente bruciò tale ambizione costringendolo nella casa generalizia romana. Bartoli lavorò sulle relazioni dei missionari che ricompose in una prosa di cesello prezioso, sottilmente ironica, densa di echi e assonanze, carica di fascinazione paesaggistica, in grado di suscitare la sconfinata ammirazione di Giacomo Leopardi, pronto a rilevarne l’assoluta novità, da ognuno comprensibile: «Non che non s’intenda», affermò difatti in un pensiero dello “Zibaldone”, targato 13 luglio 1821, «ché questo non sarebbe pregio ma vizio sommo, e non farebbe vergogna al lettore ma allo scrittore». Uguale stima nutrì per lui Alessandro Manzoni che nell’immortale preambolo dei “Promessi sposi”, parve risentirne l’influenza, descrivendo i due rami del lago di Como nella tonalità usata dal gesuita per il Gange.

Colpisce nell’”Asia” la commistione, questa sì davvero barocca, di registri diversi: dalle note diaristiche sulla toponomastica alle biografie sintetiche dei predicatori, prima fra tutte quella di san Francesco Saverio, dalle segnalazioni di opere di carità ai patimenti che dovettero subire sacerdoti e navigatori. Una narrazione antropologica che posa lo sguardo sulle costumanze dei popoli lontani, eppure sempre aperta alla curiosità sui casi umani più eclatanti, mai distogliendo lo sguardo dalla capacità dei missionari di entrare in rapporto con individui a volte imprevedibili e pericolosi.

Naufragi, fatiche, conversioni, dispute, persecuzioni, malattie, miracoli, avventure, vittorie e sconfitte della cristianità lanciata a gonfie vele verso l’Oriente da evangelizzare, nella fede che sfida il martirio e non teme di confrontarsi con gli idolatri. Un po’ Marco Polo, un po’ Ludovico Ariosto, senza dimenticare gli effetti speciali di Giambattista Marino. Bartoli fu un grande divulgatore, volgarizzatore, nel solco più puro della nostra lingua che nasce appunto sulla pelle morta di quella latina e lentamente si forma, non quale invenzione unica, ma per consunzione di schemi e materiali trascorsi.

Del resto, basta citare l’inizio dell’”Asia”, che ci riporta alle mitiche colonne d’Ercole poste a guardia del confine tra Spagna e Africa, per risentire tutto l’incanto musicale della prosa italiana: «Il mare oceano, che fuor dello stretto di Gibilterra s’incontra, e scende a mezzodì lungo la costa occidentale dell’Africa, fino ab antico si credé essere impraticabile a navigare. Imperocché chiunque si era ardito a imprenderne il passaggio, o rotto dalle tempeste non era mai più tornato a recarne novella, o dopo brieve spazio, risospinto da furiose maree, aveva tolto a’ più animosi la speranza e a’ più avidi il desiderio di tentarlo».

23 dicembre 2019