Lampedusa, il cardinale Francesco Montenegro ha benedetto la “Porta d’Europa”

Nella Giornata del migrante e del rifugiato, nell’isola italiani e stranieri, insieme, hanno vissuto il loro speciale Giubileo della Misericordia

Nella Giornata del migrante e del rifugiato, nell’isola italiani e stranieri, insieme, hanno vissuto il loro speciale Giubileo della Misericordia

Una preghiera per chi arriva dal mare, un pensiero per chi accoglie e uno per chi non lo fa e un omaggio floreale per chi la Porta d’Europa non è riuscito ad attraversarla, «perché non può esserci giubilo né Giubileo, se ci sono fratelli che soffrono e che muoiono, e perché non può esserci misericordia, se non ci sono gesti concreti che raggiungono l’anima e il corpo dell’uomo». Nel giorno in cui la Chiesa celebra la Giornata del migrante e del rifugiato, il 17 gennaio, a Lampedusa italiani e stranieri, insieme, hanno vissuto il loro speciale Giubileo della Misericordia. Il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, ha benedetto la “Porta d’Europa”, un’opera d’arte realizzata sugli scogli di Lampedusa e che adesso è luogo giubilare, insieme alla porta del Santuario della Madonna di Porto Salvo aperta il 16 gennaio sull’isola.

No all’indifferenza. «Attorno a questo monumento – ha detto il cardinale -, dono della società civile e a sua edificazione, ispirazione creativa e baluardo della dignità di ogni uomo, oggi ci siamo raccolti: la notizia di altri bambini, donne e uomini morti in mare mentre erano alla ricerca di una vita migliore in Europa non ci lascia indifferenti. Mentre la rete della comunicazione e dei trasporti ci rende cittadini di un unico mondo – ha aggiunto – e la finanza non conosce confine al suo potere in Europa, casa comune dei diritti e della dignità di tutti, si ergono muri e si chiudono le porte ai più poveri. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza». Guardando verso il Canale di Sicilia, il cardinale Montenegro ha proseguito: «Lasciamoci interpellare da ogni fratello che soffre, dall’immigrato e dal rifugiato; non chiudiamoci nell’egoismo che soffoca nel perbenismo, che chiude gli occhi. Oggi non riusciamo neanche più a contare quanti perdono la vita e dobbiamo accontentarci di stime provvisorie, come se dire di ventimila o di trentamila morti fosse la stessa cosa, come se la perdita anche di un solo uomo non fosse una tragedia, come se non dovessimo rendere conto a Dio di ogni nostro fratello».

Il Vangelo della misericordia. Mentre una corona di fiori veniva deposta in riva al mare che collega Italia e Africa, l’invito dell’arcivescovo di Agrigento: «Piangiamo sulla nostra indifferenza, sulla crudeltà che c’è nel mondo e in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi ai quali non vogliamo, non dobbiamo abituarci. Nelle persone che stanno bussando, in chi attraversa le nostre vie in attesa di una sistemazione dignitosa e in quelle adagiate su tanti marciapiedi delle nostre città, c’è Cristo, lo stesso Cristo, che noi adoriamo in chiesa, lo stesso di cui ci nutriamo nell’Eucaristia e che consola la nostra anima. A noi tocca non perdere l’occasione di rispondere con il Vangelo della misericordia fatto di gesti concreti, di generosità, di braccia che si allargano come quelle di Gesù sulla Croce».

Il Cristo del Mediterraneo. Nella parrocchia san Gerlando, nel cuore della più grande delle Pelagie, il cardinale Montenegro ha presieduto la celebrazione eucaristica. Qui è stato collocato il Crocifisso donato dal presidente di Cuba al Santo Padre e che Papa Francesco ha desiderato trovasse posto a Lampedusa. Alla presenza dell’ambasciatore di Cuba presso la Santa Sede, Jorge Quesada Concepcion, e di Alexis Leyva Machado, l’artista che lo ha realizzato, è stato posto nell’abside della chiesa. «Questo “Cristo del Mediterraneo” – ha spiegato Montenegro – guarda l’isola e guarda il mare, adagiato sui remi delle imbarcazioni dei pescatori e dei migranti, che compongono una croce “particolare”, che intreccia le vicende dolorose di Cristo e quella, altrettanto dolorosa, dei migranti. È dalla sofferenza di Cristo che dobbiamo imparare a portare il peso e il carico della difesa della dignità dei migranti e rifugiati, dell’integrazione e del bene comune e del desiderio di tutti di abitare nella casa del Signore». (M. Chiara Ippolito)

19 gennaio 2016