Lavoro e affidamento collettivo, perno su cui incardina l’educare

Riflessioni a partire dalla riunione di un Consiglio di classe. La percezione di essere parte di un progetto umano alto come la scuola, fatto crescere con l’apporto di tutti

Che cos’è un Consiglio di classe? Credo non ci sia molto da spiegare, poco per chi non lavora a scuola o non ci porta i figli, niente ovviamente per genitori, studenti o per chi come me fa l’insegnante. Non ci sarebbe troppo da aggiungere neanche agli stereotipi negativi su quello che qualcuno vorrebbe condannare come un residuato della scuola a inchiostro e ardesia, il prodotto tipico della logorrea burocratico-statale, il luogo e il tempo della riunionite votata all’inefficienza. A poco varrebbe infine un eventuale sforzo (non richiesto) del sottoscritto per smontare tali idee. Condividere invece alcune considerazioni scaturite da un Consiglio di classe, quello sì, mi pare possa essere opportuno per dire qualcosa di sensato nello spazio breve di tremila battute.

In questo periodo di emergenza, ovviamente anche i Consigli vengono svolti a distanza, in quella specie di Gioco dei nove – chi se lo ricorda – che diventa il monitor del proprio pc durante le riunioni. Uno di questi giorni, dopo l’ennesima mattinata passata incollato allo schermo, ero tentato di cedere alla maledizione e alla validazione di tutti i pregiudizi prima elencati, a fronte di un Consiglio previsto per le 14. Per altro, la riunione si preannunciava non semplice e, complice la stanchezza, prima di iniziare sentivo crescere la stizza tipica che conoscendomi mi avrebbe fatto correre il rischio di qualche intervento polemico o di qualche sortita acida contro la collega o il collega di turno.

Poi il Consiglio è iniziato. Per tutta la prima parte sono rimasto in silenzio, nel momento in cui si è avviata la discussione su un caso molto problematico. Ho ascoltato con attenzione gli interventi, ho seguito la mediazione di chi era chiamato a coordinare, ho valutato le osservazioni che gradualmente hanno iniziato a mettere ordine in un quadro complesso e a definire alcune possibili piste di intervento. Quando ho dovuto prendere la parola mi sono limitato a confermare alcune delle proposte e a ringraziare chi aveva sollevato evidenze e implicazioni sulle quali non avevo assolutamente riflettuto prima.

Finito il Consiglio, salutato i colleghi nel caos digitale delle voci che si genera quando si chiude un collegamento, mi sono alzato con il peso addosso di quello che ho immediatamente percepito come un salutare senso di colpa. Viviamo un tempo in cui il gusto sapido del negativo, della critica fine a se stessa, della affermazione narcisistica del proprio individualismo sembra essere l’unico che possa dare sapore al nostro tempo, al nostro fare. Ero entrato in quel Consiglio con l’idea colpevole di perdere il mio tempo. Quel Consiglio appena terminato mi aveva invece mostrato per l’ennesima volta il perno su cui si incardina la possibilità dell’educare: il lavoro e l’affidamento collettivo. Ho ritoccato con mano il senso stesso di essere parte di un progetto umano alto come la scuola, mi sono sentito compagno di viaggio in un’opera umana alta come la scuola che non può che essere collettiva, costruita da tutti, fatta crescere con l’apporto di tutti. Il Consiglio di classe, gli altri, mi hanno fatto bene.

2 dicembre 2020