Le città, vie privilegiate alla coesione sociale

Dedicato al rapporto tra le comunità e il concetto di fraternità il convegno organizzato, appunto, dall’associazione Città per la Fraternità, promotrice del Premio Chiara Lubich, andato quest’anno alla francese Cannes

«Chiunque, da solo, si accinge oggi a spostare le montagne dell’indifferenza, se non dell’odio e della violenza, ha un compito immane. Ma ciò che è impossibile a milioni di uomini isolati e divisi, pare diventi possibile a gente che ha fatto della fraternità universale il movente essenziale della vita». È a queste parole di Chiara Lubich che si è ispirato il convegno tenutosi sabato 17 gennaio a Roma sul dialogo possibile tra le comunità e il concetto di fraternità. «Il Comune è la più importante realtà perché la più vicina al cittadino», spiega Milvia Monachesi, presidente nazionale dell’associazione Città per la Fraternità, promotrice dell’incontro e del Premio Chiara Lubich, quest’anno andato alla francese Cannes, nato per rendere merito alle amministrazioni locali capaci di concepire politiche di convivenza pacifica. «È attraverso l’operato del Comune – continua Monachesi – che si proverà infatti gratitudine o si maturerà l’astio nei confronti delle istituzioni nazionali».

Da sempre «luoghi di pluralismo e di diversità», ricorda infatti Pasquale Ferrara, segretario generale dell’Istituto universitario europeo di Firenze, le città sono per questo non di rado avvezze a dinamiche sociali problematiche. Non più chiuse in se stesse, per le città oggi «la vera sfida è la coesione». Ecco la necessità che essa vada «“ri-concepita” come la punta avanzata della globalizzazione perché è qui che le crisi internazionali hanno la loro ricaduta». La soluzione potrebbe essere quella di «pensare globalmente e agire localmente, risolvendo le fonti di attrito lì dove nascono». Il riferimento è anche ai fatti di Parigi, con l’attentato alla redazione del settimanale satirico di “Charlie Hebdo” e alla complessa banlieu parigina, anche se in realtà è fenomeno che tocca tutte le città, specie le più grandi, dove sembra essersi prodotto «lo sganciamento del concetto di “liberté” e “legalité” da quello di “fraternité”». Termini «che non sono stati coniugati con la stessa intensità nell’organizzazione della vita quotidiana». Quella “fraternité” «la cui assenza rende vani e zoppi la libertà e l’uguaglianza», sottolinea dal suo canto l’antropologa Antonietta Di Vito.

Non mero sinonimo di prossimità, ossia di vicinanza agli amici e alla famiglia, «essa è categoria politica» ben più ampia, spiega ancora Ferrara che auspica una vera integrazione e non già una assimilazione, «quella per cui lo straniero deve annullarsi e divenire come noi: sarebbe sbagliato ontologicamente» ma anche perché nulla è statico e la società, essa stessa in trasformazione continua, «chiede anche a noi di trasformarci». Nel dibattito entra anche Germano Lugli, urbanista, che mette in guardia dall’adottare il cosiddetto “metodo al ribasso”, fatto di rinunce reciproche purché si arrivi ad un punto di incontro: «Un punto grigio, con perdite da ambo le parti e tutto questo solo per rendere accettabile la convivenza». L’arricchimento che viene dalle diverse esperienze culturali è invece alla base del progetto partecipativo della Moschea di Firenze voluto dalla Comunità Islamica Toscana, di cui è capo il cardiologo yemenita Mohamed Bamoshmoosh, che racconta il coinvolgimento di tutte le fedi religiose, ma più in generale di tutta la cittadinanza, chiamate ad esprimersi – perfino dal punto di vista architettonico – sulla creazione del luogo di preghiera dei musulmani.

Il cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata, ricorda in ultimo le sue esperienze in Brasile, prima nel Paese natale, dove il senso di fraternità è stato sperimentato per primo, e «necessariamente», in una famiglia povera e numerosa, e poi nella Capitale Brasilia, «una città costruita “artificialmente” nel 1960 e abitata per un terzo da poveri». Dal Movimento dei Focolari, è la gratitudine che il cardinale riserva a Chiara Lubich ed è anche la lezione di vita contro ogni fanatismo religioso, «ho imparato l’apertura alla diversità. Ho capito che io non sono fatto per la mia Chiesa soltanto. Devo allargare il mio cuore a tutti coloro che incontro».

19 gennaio 2015