Liberazione di Giovanni Brusca, Bindi: «Verificare rottura definitiva con la mafia»

Il responsabile della strage di Capaci e di oltre 100 omicidi, tra cui quello del 15enne Giuseppe Di Matteo, scarcerato per la legge voluta proprio da Falcone

È uscito dal carcere il 31 maggio Giovanni Brusca, capo del mandamento di San Giuseppe Jato ed esponente di spicco dei Corleonesi, condannato per oltre 100 omicidi, tra cui quello del 15enne Giuseppe Di Matteo, la cui unica colpa era essere il figlio del pentito Santino Di Matteo, strangolato e poi sciolto nell’acido, oltre che per la strage di Capaci, in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta. Arrestato nel 1996, collaboratore di giustizia dal 2000, è stato liberato proprio grazie alla legge sui collaboratori di giustizia (decreto-legge 15 gennaio 1991, convertito in legge 82/1991), promulgata proprio sulla spinta dei magistrati Giovanni Falcone e Antonio Scopellitti, che consente lo sconto di pena a quei mafiosi che, nel corso del tempo, decidono di fornire informazioni alla magistratura. È libero per aver scontato la sua pena, anche se, secondo quanto stabilito dalla Corte d’appello di Milano, resta sottoposto alla libertà vigilata per altri 4 anni.

«Tutte le reazioni emotive alla scarcerazione di Giovanni Brusca sono giustificate perché sappiamo chi è, conosciamo le atrocità che ha commesso», dichiara al Sir Rosy Bindi, già presidente della Commissione parlamentare antimafia, ricordando proprio il ruolo di Brusca nella strage di Capaci e l’omicidio del piccolo Di Matteo. «Occorre, però, anche una riflessione ispirata alla razionalità – aggiunge – perché Brusca lascia il carcere non per dei privilegi o degli abusi ma perché, alla luce della legge sui collaboratori di giustizia, ha pagato i suoi debiti con la giustizia. Tutti sappiamo che la legge sui collaboratori di giustizia l’ha voluta Giovanni Falcone. Sappiamo anche bene che Brusca, essendo diventato collaboratore di giustizia, ha assicurato al carcere molti mafiosi ed è stato un collaboratore che ha aiutato a sconfiggere la mafia stragista, di cui lui era stato un grande protagonista. Questo era, in un certo senso, il contratto che lo Stato aveva fatto con lui».

Da Bindi arriva quindi l’invito a «vigilare perché si deve verificare che la sua collaborazione con la giustizia sia davvero una rottura definitiva con l’appartenenza alla mafia, perché, altrimenti, non sfugge a nessuno che una persona del calibro di Brusca possa riorganizzare Cosa nostra e continuare a macchiarsi di atrocità. Dobbiamo fare giustizia e verità sul passato, – prosegue – ma non dobbiamo mai distrarci sulle mafie di oggi. Per onorare le vittime di Brusca e di tutte le mafie, di ogni tempo, credo sia necessario essere attenti ai mutamenti del fenomeno mafioso, alla capacità di fare affari delle mafie». In concreto, «riflettere meglio sulla legge sugli appalti, vigilare sugli investimenti che faremo con le enormi risorse che ci arriveranno dall’Europa, essere più attenti alle mafie internazionali, come quelle libiche o maltesi, che continuano a minacciare anche chi salva i migranti in mezzo al mare».

Ancora, Rosy Bindi riflette sull’esigenza di «non avere cedimenti sul versante più legislativo e giurisprudenziale. Chi collabora con la giustizia – dichiara al Sir – ha diritto ad avere gli sconti di pena, chi non collabora con la giustizia non ci offre un criterio oggettivo per capire se ha rotto veramente o no con la mafia. E siccome si resta mafiosi a vita, fin quando non si muore o non si collabora con la giustizia, la nostra legislazione dedicata in maniera particolare a colpire i delitti di mafia e i mafiosi è sacrosanta, anzi, andrebbe esportata in altri Paesi».

3 giugno 2021