Francesco: in Libia, l’inferno nei «lager di detenzione»

Nella Messa a 7 anni dalla vista a Lampedusa, il Papa ha ricordato l’incontro con i migranti sull’isola. «Il benessere ci rende insensibili alle grida degli altri»

Sono passati sette anni da quella storica e commovente prima visita di Papa Francesco fuori dal Vaticano, a Lampedusa, approdo di migliaia di disperati, cimitero per molti che cercavano una nuova vita e non ce l’hanno fatta, sponda di quel Mediterraneo che tanti altri profughi ha inghiottito senza nemmeno restituirne più i corpi. Il pontefice ha voluto ricordare quel viaggio con la celebrazione della Messa nella cappella di Casa Santa Marta, alla quale ha partecipato solo il personale della sezione Migranti e rifugiati del dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, a motivo della pandemia, con i sottosegretari, il cardinale Czerny e padre Baggio, in prima fila.

«Oggi – ha detto il Papa nella sua omelia – ricorre il settimo anniversario della mia visita a Lampedusa. Alla luce della Parola di Dio, vorrei ribadire quanto dicevo ai partecipanti al meeting “Liberi dalla paura” nel febbraio dello scorso anno: «L’incontro con l’altro è anche incontro con Cristo. Ce l’ha detto Lui stesso. È Lui che bussa alla nostra porta affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato, chiedendo di essere incontrato e assistito. Chiedendo di poter sbarcare», ha aggiunto a braccio. E ha poi ricordato il passo evangelico: “Tutto quello che avete fatto…”. «Nel bene e nel male – ha esclamato il Papa -. Questo monito risulta oggi di bruciante attualità. Dovremmo usarlo tutti come punto fondamentale del nostro esame di coscienza che facciamo tutti i giorni. Penso alla Libia, ai campi di detenzione, agli abusi e alle violenze di cui sono vittime i migranti, ai viaggi della speranza, ai salvataggi e ai respingimenti». Poi, ancora a braccio, ha raccontato il suo ricordo di «quel giorno di sette anni fa, proprio al sud dell’Europa. In quell’isola alcuni mi raccontavano le loro storie, quanto avevano sofferto per arrivare lì. E c’erano degli interpreti… e uno raccontava cose terribili nella sua lingua e l’interprete sembrava tradurre bene ma il primo parlava a lungo e la traduzione era breve. Pensai che quella lingua per esprimersi ha giri più lunghi. Poi il pomeriggio nella reception c’era una signora – pace alla sua anima, se n’è andata – che era figlia di etiopi e capiva la lingua e aveva guardato in tv l’incontro. Senta, mi disse, quello che il traduttore etiope le ha detto non è nemmeno la quarta parte delle torture e delle sofferenze che hanno vissuto. Loro mi hanno dato la versione distillata. È quello che succede oggi con la Libia. Sì, c’è la guerra, è brutta ma non immaginate l’inferno che si vive lì, in quei lager di detenzione… E questa gente solo veniva con la speranza attraversare il mare».

Francesco commentando le letture del giorno ha ricordato ancora una volta, come fece a Lampedusa, che «la cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. L’appello di Osea ci raggiunge oggi come un rinnovato invito alla conversione, a volgere i nostri occhi al Signore per scorgere il suo volto»,  perché «la ricerca del volto di Dio è garanzia del buon esito del nostro viaggio in questo mondo, che è un esodo verso la vera Terra Promessa, la Patria celeste. Il volto di Dio è la nostra meta ed è anche la nostra stella polare, che ci permette di non perdere la via».

Il Papa ha concluso la sua omelia invocando la Vergine Maria “Solacium migrantium”, affinché «ci aiuti a scoprire il volto del suo Figlio in tutti i fratelli e le sorelle costretti a fuggire dalla loro terra per tante ingiustizie da cui è ancora afflitto il nostro mondo».

8 luglio 2020