Ripartire dai volti dei ragazzi traboccanti di vita

L’estate mediatica tra politica e cronaca e quella dei giovani, tra campi e pellegrinaggi. E la consapevolezza che il futuro non è del buio

Settembre, ricomincia la scuola, comincia l’anno dei nostri ragazzi, nel nostro piccolo e per la terza volta, prende il via anche la nuova stagione di questa rubrica. Come per ogni ripartenza credo sia importante capire dove ci si trovi al momento del primo passo e su questo vorrei condividere qualche pensiero.

Veniamo da un’estate particolare. Anzitutto la crisi di governo: una crisi vissuta, commentata e litigata da tutti attraverso lo schermo dei nostri telefoni; una crisi che ha visto l’assoluta prevalenza del protagonismo/narcisismo dei leader, caratterizzata dal prevaricare dell’istanza del singolo e della propria autonarrazione nevrotica. Non ci siamo fatti poi mancare lo spettacolo disumano di persone bloccate giorni e giorni in mare, parole di troppo sulla pelle degli ultimi, la sensazione che tutto potesse divenire terreno di strumentalizzazione e di scontro.

A ciò si sono aggiunti i soliti casi di cronaca nera, i referti mediatici ossessivi di un’umanità allo sbando e ovviamente, tanto per non mancare l’appuntamento, grande rilievo è stato dato agli episodi gravi che hanno visto protagonisti ragazzi e ragazze assurti a simbolo di una generazione oramai andata. Se aggiungiamo a tutto questo l’evidenza macroscopica della questione climatica e ambientale, oramai sotto gli occhi anche dei più ottusi, la via per iniziare l’anno accodandosi al mesto corteo degli apocalittici sembrerebbe davvero spianata.

Non immune a questa tentazione, ho pensato a quale potesse essere un segno della mia estate che virasse «in direzione ostinata e contraria» a questa inerzia che sembrerebbe essersi presa definitamente il nostro tempo. Non ho dovuto durare molta fatica a rintracciarlo e credo sia opportuno condividerlo, di più: metterlo a suggello dell’inizio di questa terza stagione di #quindiciventi.

Si tratta di una sera di metà agosto: mi trovo in un parcheggio, insieme ad altri genitori, ad aspettare cinque pullman. Sta per rientrare una carovana che torna da Santiago de Compostela, riporta nella mia città duecentosettanta ragazzi e ragazze che per dieci giorni, senza telefono, dormendo in terra, macinando chilometri sotto il sole e sotto la pioggia hanno infine raggiunto la cattedrale del Camino. Sono lì per quella carovana, ma potrebbe trattarsi di una qualsiasi delle tante piccole o grandi carovane di ragazzi e ragazze che quest’anno si sono incontrate in un campo, in un pellegrinaggio, in ruote o in una delle tante incredibili esperienze che nel silenzio danno vita continua al nostro Paese.

Ecco, quella sera a un certo punto quei pullman sono arrivati. Era già buio sul piazzale ma di colpo una luce abbacinante e meravigliosa l’ha letteralmente illuminato a giorno, quando i ragazzi sono scesi come un fiume di acqua chiara che brillava dei riflessi dei loro volti. Troppo povere sarebbero le mie parole per provare a dire cosa c’era scritto in quei visi sudati e radiosi, stanchi e traboccanti di vita, commossi e carichi allo spasmo di emozioni. Bellezza pura, senso del possibile, voglia di gridare al mondo che no, il futuro non è del buio e della resa ma spalancato sulla speranza di un domani grande che i ragazzi e le ragazze ogni giorno sapranno restituire al mondo intero. #quindiciventi, anche quest’anno, ripartirà da lì.

11 settembre 2019