“Sorry we missed you”: da Ken Loach un appello per gli “scartati”

Un film “necessario”, nel filone del cinema civile, che sta dalla parte degli ultimi. Il racconto di uno sfacelo, simbolo di un collasso sociale quasi inarrestabile

La “gig economy” è un termine tecnico con cui si definisce il lavoro delle consegne da un soggetto all’altro entro il giorno successivo. Insomma si tratta di un lavoro da portare a termine entro le 24 ore, e in questo lasso di tempo l’incaricato può gestirsi come vuole purché il risultato sia garantito. Su questo terreno si muove “Sorry we missed you”, il film diretto da Ken Loach e uscito nelle sale giovedì scorso, 2 gennaio. Il regista inglese, nato a Nuneaton nel Warwickshire il 17 giugno 1936, ha passato gli 83 anni, mantenendo una carica visiva provocatoria e incendiaria. Come del resto fa da sempre. Perché Loach, va detto, è uno che non si arrende. Esordiente al cinema nell’ormai lontano 1967 con “Poor Cow”, ha in seguito girato 33 film che hanno tallonato da vicino la storia inglese, del passato ma soprattutto del presente, e più in generale tutte quelle situazioni nelle quali appariva chiara l’impari lotta tra un popolo soccombente e uno che voleva imporre regole e metodi con la forza.

Negli anni l’approccio di Loach ai temi della libertà, della democrazia, di una migliore gestione del vivere civile è andato concentrandosi su temi particolari e specifici, con una inevitabile preferenza per la “sua” Inghilterra. Senza mai nascondere l’idea di un rapporto piuttosto freddo, e distante, con la corona britannica e con la monarchia in genere, l’autore ha scelto temi e argomenti più quotidiani, più vicini alla vita di tutti i giorni, che gli hanno permesso di toccare con mano problemi e difficoltà dello stare sempre sulla trincea di un’esistenza a rischio di sopravvivenza. In questo diario di un agenda del disamore e della precarietà, alcuni titoli servono a ricordare certe scelte, quali ad esempio “Piovono pietre” (1993), “My name is Joe” (1998), “Paul, Mick e gli altri” (2001) e le due Palme d’oro conquistate al Festival
di Cannes: “Il vento che accarezza l’erba” (2006) e “I, Daniel Blake” (2016).

Anche nel 2019 il suo film è stato in lizza per il premio maggiore. I temi, del resto, c’erano. Sullo sfondo dello scenario di Newcastle, si muove il capofamiglia Ricky che, perso il lavoro nel settore delle costruzioni, è stato costretto a reinventarsi corriere freelance alle dipendenze di un aguzzino che ne mortifica qualunque velleità. Per sperare in qualche successo nel nuovo incarico Ricky deve dotarsi di un furgone, possibile da ottenere solo mettendo in vendita l’auto della moglie Abby, a sua volta assistente a contratto di anziani e infermi. In questo quadro fatto solo di sacrifici e privazioni, a subire nefaste conseguenze sono i due figli Seb, che spesso marina la scuola, e Liza Jane, più assennata e giudiziosa.

Insomma, la situazione che dipinge Loach è quasi uno sfacelo, simbolo di un collasso sociale quasi inarrestabile. Tanto più difficile da accettare se collocato nell’Inghilterra del terzo millennio, ritenuta una punta avanzata dell’Europa moderna. Ma è proprio al concetto di Europa, di Unione Europea, di una società animata da una voglia di reciproco sostegno che Ken Loach non crede più. Pur senza lo smalto graffiante del passato, anche questo resta comunque un film “necessario”. Perché Loach, e con lui i fratelli Dardenne e Aki Kaurismaki, sono rimasti gli ultimi a tenere alta la bandiera del cinema civile, che sta dalla parte degli ultimi e protegge gli “scartati”.