Suor Zordan racconta i “suoi” ragazzi di Rebibbia
Presentato a San Saturnino il libro frutto dell’incontro con i detenuti del laboratorio di scrittura, a Rebibbia. «Quello che più desiderano è far capire fuori chi sono diventati»
Li chiama per nome uno per uno e ne racconta le storie, dimostrando di sentire il loro dolore e di comprenderne i desideri, con un atteggiamento materno che non esclude colpe o responsabilità ma che sa comunque guardare oltre, al cuore. Perché è «la persona, che bisogna far rifiorire e restituire nuova alla società», ciò che conta per suor Emma Zordan, da 12 anni volontaria tra i detenuti della Casa circondariale di Rebibbia, che il prossimo 3 marzo, per il suo impegno, verrà insignita dal presidente Sergio Mattarella dell’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Intervenendo venerdì sera, 13 febbraio, alla presentazione dell’ultimo libro da lei curato nella parrocchia di San Saturnino, nel quartiere Trieste, la religiosa, della congregazione delle Adoratrici del Sangue di Cristo, si è detta «onorata e felice» per questo riconoscimento ufficiale che è il frutto dell’incontro in questi anni con «i miei ragazzi del laboratorio di scrittura», portato avanti ogni sabato mattina, «perché quello che più desiderano è raccontare e far sapere di loro fuori, facendo capire chi sono diventati».
“Oltre il reato la persona. Testimonianze da dentro e fuori il carcere”. Questo il titolo dell’opera, pubblicata da “Il Levante”, che dice dell’importanza di «ridare dignità a chi ha sbagliato ma che non è più quella colpa e quel reato», ha spiegato suor Emma, in dialogo con i giornalisti Roberto Monteforte e Piero Didomenicoantonio, il primo anche volontario a Rebibbia e il secondo responsabile dell'”Osservatore romano di strada”. In particolare, suor Emma ha invitato ad «avere un cuore aperto e benevolo verso queste persone condannate al carcere», considerando che «l’articolo 27 della Costituzione tutela i detenuti, che hanno dei diritti». Il primo, per la religiosa, è quello «di ritrovare la dignità perduta e di riappropriarsene». Come è stato per Carmine Caiazzo, oggi in semilibertà, che nel suo intervento ha sottolineato come «il carcere non serve a niente se poi fuori non vieni accettato», poiché «nell’immaginario collettivo il detenuto corrisponde solo a un certo stereotipo» mentre «io sono una persona come tutte le altre, che ha sbagliato ma che non ha fatto vincere il carcere e l’errore».
Carmine, ancora, ha parlato dell’importanza dell’ascolto, durante la reclusione, e dunque del ruolo positivo dei volontari come suor Emma, e, fuori, del ruolo «della famiglia e di chi è pronto a tenderti una mano: io non sono mai stato abbandonato». Il sostegno e la vicinanza, allora, risultano fondamentali «per non ricadere» e con orgoglio suor Emma ha fatto sapere che «nessuno dei miei ragazzi del laboratorio di scrittura è più tornato a delinquere», a dire che il sentirsi sostenuti e incoraggiati influisce positivamente. A tal proposito, la religiosa ha raccontato di Edoardo e della sua «paura di finire all’inferno, che mi faceva stare male – ha detto -; così gli ho raccontato la parabola del figliol prodigo e anche del buon ladrone, che riconosce il Signore come capace di perdono»; qualche tempo dopo, avendo meditato su questi episodi evangelici, il carcerato ha saputo «perdonarsi e si è lasciato perdonare», ha ricordato con commozione suor Emma. Con altrettanto affetto ha ripensato anche a «Luciano, che si è impiccato, e che nell’ultima lettera che mi ha scritto mi raccomandava la sua mamma».
In conclusione, hanno portato il loro saluto anche Irma Conti, componente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, e Stefano Ricca, già direttore del carcere di Rebibbia per 18 anni. La prima ha auspicato che «ognuno di noi possa contribuire a riaccogliere nella società queste persone per la cui ricostruzione noi lavoriamo»; il secondo, invece, ha evidenziato l’importanza di «costruire un rapporto» e di «entrare in empatia con le persone che ci vengono affidate», ricordando che chi opera nelle carceri «non è lì per mettere dei timbri ma per ricercare quella scintilla di umanità che negli ospiti c’è e va riattivata».
16 febbraio 2026

