“Un giorno di pioggia a New York”, il romanticismo di Woody

Tra amarezza e disinganno, il film invita a sorridere della scommessa sul tempo che passa, mentre realtà e finzioni si confondono in un gioco di specchi

Woody Allen festeggia i suoi 84 anni, compiuti ieri 1° dicembre, legando il suo compleanno a un film che impone un aggiornamento della sua filmografia. Che ormai è più che abbondante, toccando con questo il numero di 50 film realizzati e dimostrando un autore ogni volta più che mai attivo e pieno di vitalità, a partire dall’opera prima realizzata nel lontano 1966. In questa nuova avventura, facciamo la conoscenza di Gatsby e Ashleigh (Timothée Chalamet ed Elle Fanning), due giovani studenti in una università alla porte di New York, che hanno la possibilità di trascorrere un fine settimana nella metropoli americana. Il titolo “Un giorno di pioggia a New York” contiene già un piccolo racconto che anticipa la storia, uscita in sala il 28 novembre scorso. L’occasione nasce dal fatto che lei, impegnata col giornale dell’istituto, ha la possibilità di intervistare Roland Pollard, il suo regista preferito.

Armati di grande entusiasmo, i due ragazzi partono alla volta di New York, versione Manhattan, dove in particolare Ashleigh è stata una sola volta e quindi ha grande voglia di tornare. Ma una serie di imprevisti fa saltare tutto il programma…Ogni volta è forte la tentazione di lasciarsi prendere dai poetici elenchi woodyalleniani e guardare in fondo adogni nuova trama per il piacere di correre a ruota libera dentro citazioni, riferimenti, rimandi e rinvii. Il regista americano è ormai uno scrigno di tesori in immagini e rimanda a qualcosa di altro che specifica e arricchisce il pregresso. Il film è ancora una volta, ma con maggiore intensità, il segno dell’amore viscerale di Allen per la sua città e per il cinema. Città e cinema che arrivano qui ad una totale identificazione, anzi ad una sovrapposizione nella quale l’idea di realtà e finzione si confondono in un supremo gioco di specchi e di identità indistinguibili.

Mentre i piani narrativi si mimetizzano e l’incontro con un amico che sta girando un film per le strade mette a nudo la timidezza di Gatsby e rivela la sua lontananza dal voler “fare cinema” o “essere attore”, succede che i due studenti sono rimasti imbrigliati nelle circostanze avverse della vita quotidiana: lui pronto a fronteggiare Chan, amica ritrovata e difficile da dimenticare; lei intrappolata dalla traballante confusione di Roland Pollard, a sua volta regista in grave crisi di identità, al punto da pensare di finirla con il cinema. Il copione si sviluppa come un fantasmagorico caleidoscopio di emozioni, inciampi, dubbi e delusioni, anzi disappunti di fronte a una giornata programmata in un modo e invece svoltasi in tutt’altro, anche per la presenza di una pioggia battente e insistita. Viene confermata inoltre la sensazione di una incredibile modernità del regista, capace di far lavorare giovani attori, entrando con esattezza nella loro psicologia, nei sogni, nei desideri, nelle delusioni subite.

Un’alternanza di bello e brutto, di ironia e umorismo caustico che fa parte dei protagonisti, e quindi è “dentro” i film che li ospitano, in un contrasto tra le frasi «questo è cinema, la vita vera è altrove» destinato a non risolversi forse mai. È il segreto di Woody Allen: sapere di vivere un sogno dentro un altro sogno e dire allo spettatore di non preoccuparsi perché la realtà è altrove. Tra amarezza e disinganno, il film invita a sorridere della scommessa sul tempo che passa. E allora auguri Woody, appuntamento al film n. 51.

2 dicembre 2019