Un murale dedicato a don Sardelli, il “prete delle baracche”
L’opera di Polanski, nel cortile della scuola primaria Aldo Fabrizi, al Quadraro. Laddaga (municipio VII): «Racconta una storia incredibile di attenzione agli ultimi da parte di un uomo straordinario»
Un murale dai colori vivaci, intitolato “Le baracche dell’Acquedotto Felice”, campeggia da oggi, 16 maggio, nel cortile della scuola primaria Aldo Fabrizi, al Quadraro. Raffigura scene di vita quotidiana che si potevano osservare nel quartiere mezzo secolo fa: al centro, la Scuola 725 fondata da don Roberto Sardelli, il “prete delle baracche”. Attorno donne che cucinano, bambini che giocano, panni stesi al sole. Accanto il quartiere come è oggi. È il tributo dell’artista cecoslovacca Ilona Polanski che al contempo celebra il 15° anniversario del MURo, Museo di Urban Art di Roma, ideato dall’artista David Diavù Vecchiato.
Facciamo un passo indietro. Tra il 1936 e il 1973, 650 famiglie provenienti da Sicilia, Calabria, Basilicata e Abruzzo si stabilirono in baracche di fortuna costruite sotto gli archi dell’Acquedotto Felice. Nel 1968 don Roberto Sardelli, giovane vice parroco della parrocchia di San Policarpo, si trasferì nella baraccopoli per condividere condizioni di estrema povertà compresa la mancanza di servizi essenziali quali luce, acqua, gas e fognature. Ispirato dall’esperienza pedagogica maturata alla scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani, acquistò una baracca da una prostituta e la trasformò nella Scuola 725, dal numero civico del casotto, per bambini discriminati a scuola e ghettizzati nelle classi differenziali.
Sono passati 52 anni. Le baracche sotto gli archi dell’acquedotto furono sgomberate e abbattute tra la seconda metà degli anni ’70 e i primi anni ‘80, quando alle famiglie furono assegnate le case popolari. Don Roberto è morto il 19 febbraio 2019, all’età di 83 anni, ma la sua testimonianza rimane viva in una città dove la povertà abitativa, specie in periferia, resta una grave emergenza sociale. Per non dimenticare, è nata l’idea dell’opera di street art, prodotta assieme all’Istituto Culturale Ceco presso l’ambasciata della Repubblica Ceca a Roma. «Don Roberto ci ha insegnato a essere responsabili, impegnati nella società», racconta Angelo Celidonio, figlio di immigrati abruzzesi nato nel 1961 in una delle baracche. Il «ciclone» don Roberto voleva che «i bambini imparassero più parole possibili perché chi ha cultura ha potere», spiega agli alunni.
Per il presidente del VII municipio Francesco Laddaga «è un giorno di festa. Quest’opera racconta una storia incredibile di generosità, riscatto, attenzione agli ultimi da parte di un uomo straordinario». Il direttore del Centro Ceco di Roma Robert Mikoláš specifica che è «il primo murale ceco a Roma. Era importante lasciare una traccia in questa città». L’artista, nota a livello internazionale, è stata «affascinata dal rapporto che don Roberto aveva con i bambini emarginati ai quali ha dato voce». Un disegno «è un grande simbolo e ha il potere di raccontare», sottolinea Diavù Vecchiato. Gli fa eco Jiri Jilek, dell’ambasciata della Repubblica Ceca, per il quale «l’arte parla con un linguaggio universale». Il murale «ci insegna da dove veniamo» conclude il presidente del Consiglio d’istituto Claudio Modesto.
16 maggio 2025

