Gli auguri del Papa alla Curia: «Essere donne e uomini bene-dicenti»

L’incontro con i dipendenti, alla vigilia del Natale. «Parlare bene degli altri è una cosa che ci riguarda tutti, perché tocca la nostra umanità. È espressione dell’umiltà, tratto essenziale dell’Incarnazione»

Benedire, senza lasciare spazio al chiacchiericcio, al pettegolezzo. È stato il senso del discorso che sabato 21 dicembre Papa Francesco ha rivolto alla Curia romana in occasione degli auguri natalizi, insieme all’importanza dell’umiltà. Un discoro preceduto da un preambolo importante. Riferendosi al cardinale Pizzaballa, il pontefice ha detto che «ieri il Patriarca non l’hanno lasciato entrare a Gaza, come avevano promesso; e ieri sono stati bombardati dei bambini. Questo è crudeltà. Questo non è guerra. Voglio dirlo perché tocca il cuore». Parole che hanno suscitato la reazione dell’ambasciata israeliana secondo la quale il permesso era stato concesso ma probabilmente c’era stato qualche ritardo legato alla difficile situazione nella Striscia. Domenica, il cardinale è comunque riuscito a visitare la parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza City.

Francesco ha affermato che «parlare bene degli altri e non parlarne male è una cosa che ci riguarda tutti, anche il Papa – vescovi, preti, consacrati, laici – e rispetto alla quale siamo tutti uguali. Perché? Perché tocca la nostra umanità. Questo atteggiamento è un’espressione dell’umiltà, e l’umiltà è il tratto essenziale dell’Incarnazione, in particolare del mistero del Natale del Signore». E Francesco ha suggerito una via concreta: «Esercitarci nell’accusare sé stessi, secondo gli insegnamenti degli antichi maestri spirituali». «Quando uno vede un difetto in una persona – ha proseguito – può parlarne soltanto con tre persone: con Dio, con la persona stessa e, se non può con questa, con chi nella comunità può prendersene cura. E niente di più». Alla base di questo percorso «c’è l’abbassamento interiore. Il cuore umile si abbassa come quello di Gesù, che contempliamo in questi giorni nel Presepe. A questo movimento di Dio corrisponde, nell’uomo, l’accusa di sé stesso» e «ci aiuta, per abbassarci, andare al sacramento della riconciliazione. Ognuno può pensare: quando è stata l’ultima volta che mi sono confessato?».

Poi il Papa è tornato a condannare il chiacchiericcio: «È un male che distrugge la vita sociale, fa ammalare il cuore della gente e porta a niente. Il popolo lo dice molto bene: “Le chiacchiere stanno a zero”. State attenti su questo». Il pontefice ha spiegato che «siamo benedetti e pertanto possiamo benedire. Tutti noi abbiamo bisogno di essere immersi in questo mistero, altrimenti rischiamo di inaridirci e allora diventiamo come quei canali asciutti, secchi, che non portano più nemmeno una goccia d’acqua. E il lavoro di ufficio qui in Curia è spesso arido e alla lunga inaridisce, se uno non si ricarica con esperienze pastorali, con momenti di incontro, di relazione amicale, nella gratuità. Riguardo alle esperienze pastorali, specialmente ai giovani domando se hanno qualche esperienza pastorale: è molto importante. E soprattutto per questo, abbiamo bisogno ogni anno di fare gli esercizi spirituali: per immergerci nella grazia di Dio, immergerci totalmente. Lasciarci “inzuppare” dallo Spirito Santo», come ha fatto Maria che è «il modello a cui guardare, come sempre». Il Papa ha aggiunto che «nella Chiesa, segno e strumento della benedizione di Dio per l’umanità, siamo tutti chiamati a diventare artigiani di benedizione».

Scendendo nello specifico della Curia romana, il Papa ha detto di immaginarla «come una grande officina in cui ci sono tante mansioni diverse, ma tutti lavorano per lo stesso scopo: bene-dire, diffondere nel mondo la benedizione di Dio e della Madre Chiesa. In particolare, penso al lavoro nascosto del “minutante” che nella sua stanza prepara una lettera, perché a una persona malata, a una mamma, a un papà, a un carcerato, a un anziano, a un bambino giunga la preghiera e la benedizione del Papa. Grazie di questo, perché io firmo queste lettere. E questo che cos’è? Non è essere artigiani di benedizione? I minutanti sono artigiani di benedizione». E ha raccontato un aneddoto: «Mi dicono che un santo prete che lavorava anni fa in segreteria di Stato aveva attaccato al lato interno della porta della sua stanza un foglio con scritto: “Il mio lavoro è umile, umiliato, umiliante”. Una visione un po’ troppo negativa, ma c’è del vero e del buono. Direi che esprime lo stile tipico dell’artigianato della Curia, da intendere però in senso positivo: l’umiltà come via del bene-dire. È bello pensare che con il lavoro quotidiano, specialmente quello più nascosto, ognuno di noi può contribuire a portare nel mondo la benedizione di Dio – ha concluso il Papa -. Ma in questo dobbiamo essere coerenti: non possiamo scrivere benedizioni e poi parlare male del fratello o della sorella, rovina la benedizione. Ecco allora l’augurio: che il Signore, nato per noi nell’umiltà, ci aiuti a essere sempre donne e uomini bene-dicenti».

23 dicembre 2024