Anziani, Paglia: «Serve un nuovo paradigma che permetta alla società di prendersene cura»

Presentato il documento della Pontificia Accademia per la vita sulle conseguenze della pandemia di coronavirus. «Creare le condizioni affinché restino in famiglia»

Con il documento “La vecchiaia: il nostro futuro. La condizione degli anziani dopo la pandemia” presentato questa mattina, 9 febbraio, la Pontificia Accademia per la vita (Pav) ha offerto una nuova riflessione sulle conseguenze della pandemia di coronavirus, questa volta in relazione agli anziani mentre altre due sono in preparazione, una sui bambini e una sui disabili. Gli anziani «sono stati tra i più colpiti dalla pandemia. Il numero di morti tra le persone oltre i 65 anni è impressionante. Papa Francesco non manca di rilevarlo». E se nelle strutture loro dedicate si è verificata una vera e propria strage, «si rileva che la “famiglia”, invece, a parità di condizioni, ha protetto molto di più gli anziani». I dati ricordati dall’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pav, durante la presentazione, sono impressionanti, con 2,3 milioni di anziani morti di Covid-19. Nel caso dell’Italia, «mostrano che la metà degli anziani vittime di Covid-19 viene dagli istituti mentre solo un 24% dei decessi riguarda gli anziani e i vecchi che vivevano a casa. Il 50% delle morti è avvenuto tra i circa 300mila ospiti di case di riposo e rsa mentre solo il 24% ha colpito i 7 milioni di anziani over 75 che vivono a casa».

Solitudine, mancanza di attenzione e sensibilità, carenze di vario tipo negli istituti che ospitano gli anziani sono limiti che dimostrano come sia «quanto mai opportuno avviare una riflessione attenta, lungimirante e onesta su come la società contemporanea debba farsi prossima alla popolazione anziana» perché «abbiamo bisogno di una nuova visione, di un nuovo paradigma che permetta alla società di prendersi cura degli anziani». Paglia ha ricordato la recente istituzione, voluta da Papa Francesco, della “Giornata mondiale dei nonni e degli anziani”, che si terrà ogni anno il 25 luglio, e i diversi interventi magisteriali dei precedenti pontefici. «L’Accademia per la vita – ha detto – con questa Nota intende sottolineare l’urgenza di una nuova attenzione alle persone anziane che in questi ultimi decenni sono aumentate ovunque di numero, senza tuttavia che aumentasse la prossimità verso di loro e ancor meno una comprensione adeguata alla grande rivoluzione demografica di questi ultimi decenni».

Nel testo si sottolinea infatti come la vita media si sia notevolmente allungata e «questa grande trasformazione demografica rappresenta una sfida culturale, antropologica ed economica. È urgente ripensare globalmente la prossimità della società verso gli anziani», ha detto ancora il presule. La Pav invita quindi a «un profondo ripensamento dei modelli assistenziali per gli anziani», a cominciare dall’opportunità di consentire che «possano vivere questa particolare fase della vita, per quanto possibile, nell’ambiente a loro familiare, con le amicizie abituali» in quanto «la famiglia, la casa, il proprio ambiente rappresentano la scelta più naturale per chiunque». Ovviamente le situazioni cambiano e non sempre le famiglie sono in grado di prendersi cura da sole dell’anziano. Ma quello che deve orientare le scelte deve essere sempre «la persona».

L’ideale è garantire una continuità di vita adeguando le condizioni dell’assistenza «tra la propria casa e alcuni servizi esterni, senza cesure traumatiche, non adatte alla fragilità dell’invecchiamento»: dall’abitazione, con l’eliminazione delle barriere architettoniche, all’assistenza domiciliare integrata, all’incremento delle figure dei “care giver” fino al potenziamento dei servizi tecnologici come la telemedicina. «Un’alleanza attenta e creativa tra famiglie, sistema sociosanitario, volontariato e tutti gli attori in campo, può evitare ad una persona anziana di dover lasciare la propria abitazione», si legge nel documento, con «una personalizzazione dell’intervento sociosanitario e assistenziale. Essa potrebbe costituire una risposta concreta all’invito dell’Unione Europea a promuovere nuovi modelli di cura per gli anziani. In tale orizzonte vanno promosse con creatività e intelligenza l’independent living, l’assisted living, il co-housing e tutte quelle esperienze che si ispirano al concetto-valore dell’assistenza reciproca, pur consentendo alla persona di mantenere una propria vita autonoma».

Una riforma che dovrebbe coinvolgere le case di riposo con una profonda riqualificazione. Anche la Chiesa svolge il suo ruolo ed «esistono esempi molto belli, che di fatto mostrano come sia possibile umanizzare l’assistenza alle persone anziane più fragili. È responsabilità della Chiesa – ha sottolineato Paglia – assumere una vocazione profetica che indichi l’alba di un tempo nuovo. Non possiamo non impegnarci per una profonda visione che guidi la cura della terza e della quarta età»: una visione «sapiente, intelligente e coraggiosa». Nel documento si evidenzia, ancora, che «l’ambiente delle case di riposo appare strutturato più come un ospedale che come un’abitazione, senza che vi sussista l’elemento più specifico: ossia il fatto che in ospedale si entra con la speranza di uscirne. Per questo è importante preservare un tessuto umano e un ambiente assistenziale e accogliente dove tutti possano accudire, servire e incontrare».

In questo quadro, «le parrocchie e le comunità ecclesiali sono invitate a una riflessione più attenta verso il mondo degli anziani», a una cura pastorale più attenta, valorizzando il ruolo anche nella trasmissione della fede alle nuove generazioni: «Giovani e anziani, infatti, incontrandosi, possono portare nel tessuto sociale quella nuova linfa di umanesimo che renderebbe più solidale la società». Inoltre, è «preziosa anche la testimonianza che gli anziani possono dare con la loro fragilità. Essa può essere letta come un magistero, un insegnamento di vita» nell’«età propizia dell’abbandono a Dio». Quello che Paglia ha definito «magistero della fragilità» perché gli anziani «ci ricordano che tutti noi siamo fragili». La debolezza degli anziani, si legge nella Nota, «è anche provocatoria: invita i più giovani ad accettare la dipendenza dagli altri come modo di affrontare la vita. Solo una cultura giovanilista fa sentire il termine “anziano” come dispregiativo. Una società che sa accogliere la debolezza degli anziani è capace di offrire a tutti una speranza per il futuro. Togliere il diritto alla vita di chi è fragile significa invece rubare la speranza, soprattutto ai giovani. Ecco perché scartare gli anziani – anche con il linguaggio – è un grave problema per tutti». Così l’abbandono diventa una «forma di eutanasia nascosta. Il paradigma che si intende proporre – conclude la Pav – non è astratta utopia o ingenua pretesa, può invece innervare e nutrire anche nuove e più sagge politiche di salute pubblica e originali proposte di un sistema assistenziale più adeguato alla vecchiaia. Più efficaci, oltre che più umane».

Oltre che da Paglia, il documento è stato presentato da monsignor Bruno Marie Duffè, segretario del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, che ha collaborato alla stesura del documento, mentre dal Giappone, il Paese più “anziano” del mondo, si è collegata la professoressa Etsuo Akiba, docente all’Università di Toyama, accademico ordinario della Pav.

9 febbraio 2021