Cei: «Non possiamo chiudere gli occhi di fronte alle molteplici povertà»

Conclusa la riunione online del Consiglio permanente. Il comunicato finale: dal 14 febbraio ripristinato il segno della pace con un cenno degli occhi e un inchino

A partire da domenica 14 febbraio, ripristinare «un gesto con il quale ci si scambia il dono della pace, invocato da Dio durante la celebrazione eucaristica». L’indicazione arriva dai vescovi italiani, al termine del Consiglio episcopale permanente che si è concluso ieri, 26 gennaio. I presuli riconoscono che la pandemia «ha imposto alcune limitazioni alla prassi celebrativa al fine di assumere le misure precauzionali previste per il contenimento del contagio del virus». Ritenendo inadeguato al contesto liturgico sostituire la stretta di mano o l’abbraccio con il toccarsi i gomiti, «in questo tempo può essere sufficiente e più significativo guardarsi negli occhi e augurarsi il dono della pace, accompagnandolo con un semplice inchino del capo», è la proposta della Cei. All’invito “Scambiatevi il dono della pace”, dunque, sarà possibile «volgere gli occhi per intercettare quelli del vicino e accennare un inchino». L’idea è quella di «esprimere in modo eloquente, sicuro e sensibile, la ricerca del volto dell’altro, per accogliere e scambiare il dono della pace, fondamento di ogni fraternità», augurandosi semplicemente “La pace sia con te”.

Al centro della riflessione dei vescovi, l’attenzione al Paese, «segnato dall’emergenza sanitaria e dalle sue drammatiche conseguenze sociali, e ora ulteriormente messo alla prova dall’attuale crisi politica». Un quadro in chiaroscuro, quello che emerge nell’analisi del Consiglio permanente Cei, «dove alla creatività e alla resilienza dell’intera comunità italiana fanno da contraltare l’incertezza del futuro, l’inquietudine per la mancanza o la perdita del lavoro, una crescita significativa del disagio psicologico, l’emergere delle nuove povertà che stanno stritolando famiglie e imprese». E ancora, «preoccupa la questione educativa, da affrontare insieme e con il contributo di tutti per elaborare progetti che rinnovino e vitalizzino scuole, parrocchie, percorsi catechistici».

Eppure, ribadiscono i vescovi, questo «non è un tempo sospeso ma deve essere colto come un’opportunità. La riconciliazione diventa, allora, lo strumento da utilizzare per ricucire il tessuto sociale lacerato e per dare speranza alle donne e agli uomini di oggi», come auspicato dal Papa nel 2015 a Firenze,  nel V Convegno ecclesiale nazionale. Di qui la necessità di «mettere al bando ogni autoreferenzialità ecclesiale che impedisce di guardare l’altro con tratto materno e di lavorare in armonia per realizzare una comunione reale», sulla scorta degli Orientamenti pastorali “Comunione e comunità” elaborati negli Anni Ottanta. Tra le priorità, il coinvolgimento dei laici, evidente anche nel Motu Proprio Spiritus Domini con cui il Papa ha aperto l’accesso al lettorato e all’accolitato anche alle donne.

All’attenzione dei vescovi anche il tema delle vaccinazioni anti Covid: «Non solo un gesto di amore per se stessi ma di attenzione e di cura verso gli altri, oltre che un atto di fiducia nella ricostruzione del sistema-Paese». La pandemia, oltre che la salute, «ha aggredito tutti gli ambiti di vita, andando a incidere in particolare sulle condizioni dei più vulnerabili, dei poveri, degli anziani, dei disabili e dei giovani, i grandi dimenticati di questa crisi». Preoccupa «il calo demografico al quale si aggiunge un invecchiamento progressivo della popolazione e la desertificazione di alcuni territori». Di qui la necessità di «politiche familiari adeguate» e di «moltiplicare gli sforzi per continuare, nonostante le gravi difficoltà nelle quali le famiglie, gli insegnanti e i catechisti si trovano a operare, l’impegno educativo nei confronti delle nuove generazioni e per ricostruire al più presto condizioni e contesti che permettano esperienze formative integrali».

Indiscutibile il «grande aiuto» rappresentato dalle nuove tecnologie «per tenere i contatti e svolgere attività» ma «non possono sostituire la ricchezza dell’incontro personale, della presenza», è il monito della Cei, che riconosce ai bambini e soprattutto agli adolescenti il merito di «avere vissuto, nella maggioranza dei casi, questi mesi con grande responsabilità e senso civico. Non si può tuttavia nascondere – precisano i vescovi – che sembrano crescere l’insofferenza dei giovani e la preoccupazione delle famiglie. I bambini, i ragazzi, i giovani e l’intera comunità hanno bisogno che le scuole, i centri educativi, le parrocchie, gli oratori possano tornare il prima possibile a svolgere la loro funzione di contesti di crescita. Non ci potrà essere un ritorno improvviso alle condizioni di prima – ammettono – ma fin d’ora tutti, comunità civili ed ecclesiali, sono sollecitati a fare la propria parte, partendo da quello che questo tempo sta mettendo in evidenza».

I vescovi parlano di «molteplici povertà» davanti alle quali «come pastori non possiamo chiudere gli occhi»: quelle degli «ultimi, che la pandemia ha reso in molti casi invisibili»;  quelle di «tanti che, per la prima volta, sono costretti a bussare alle porte delle Caritas, che in questi mesi hanno moltiplicato gli sforzi per non lasciare indietro nessuno». Ancora, le povertà «di un numero sempre crescente di famiglie e imprese strette nella morsa dell’usura a causa del sovraindebitamento»; quelle dei «migranti che – nell’indifferenza e nel silenzio – continuano ad arrivare sulle nostre coste o sono bloccati sulla frontiera balcanica, al gelo e in condizioni disumane». E ribadiscono con forza: «La paura non deve farci rinchiudere in noi stessi né impedirci di tendere la mano al prossimo, se si vuole costruire una società più equa e più solidale».

Nel comunicato del Consiglio permanente si esprime «apprezzamento» per il Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari, sollecitato anche dall’appello che ha visto tra i firmatari il cardinale presidente Gualtiero Bassetti, Giovanni Ricchiuti, arcivescovo di AltamuraGravina-Acquaviva delle Fonti e presidente di Pax Christi Italia, Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e già presidente di Pax Christi International e di Pax Christi Italia. «La Chiesa – con lo stile dell’ospedale da campo – può e deve dare un contributo fondamentale al protagonismo dell’Italia», si legge ancora nella nota.

Se i dati sulla pandemia lo consentiranno, proseguono i vescovi, la prossima Assemblea generale, «che ruoterà intorno al tema dell’annuncio», potrebbe svolgersi “in presenza”.  Intanto, il cammino di preparazione «intende favorire il coinvolgimento e la partecipazione delle tante anime ecclesiali che, sia pur nella diversità di ruoli e competenze, sapranno metterci testa e cuore. In un tempo così delicato ma anche così promettente come quello che stiamo vivendo, occorre ravvivare l’impegno primario della Chiesa: l’evangelizzazione», è l’esortazione. Procede, nel frattempo, anche la preparazione della 49a Settimana sociale dei cattolici italiani (Taranto, 21-24 ottobre 2021), il cui percorso si intensifica nelle singole diocesi coinvolgendo parrocchie, associazioni e movimenti a partire dall’Instrumentum Laboris. I vescovi hanno approvato i criteri per la scelta dei delegati delle varie diocesi italiane: «Non vale il criterio della rappresentanza ma occorre seguire altri criteri: preferenza ai giovani; familiarità con il tema della sostenibilità ambientale, del lavoro e della sostenibilità sociale; presenza femminile; partecipazione più proporzionata tra le diocesi; partecipazione di associazioni e movimenti ecclesiali e anche di altri tipi di associazioni».

Da ultimo, al Consiglio permanente è stata infine riportata l’indicazione del Santo Padre di trasferire, a partire dal 2021, la celebrazione diocesana della Gmg dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Cristo Re. Pertanto la prossima Giornata sarà domenica 21 novembre 2021.

28 gennaio 2021