Dalla guerra in Iran il rischio di un nuovo shock energetico per agroalimentare e famiglie italiane
A suonare il campanello d’allarme è Coldiretti, che mette in guardia sul rischio che si replichi quanto già accaduto con la guerra in Ucraina. L’invito a sostenere la produzione alimentare Ue
L’allarme arriva da Coldiretti: la guerra in Iran rischia di causare un nuovo shock energetico per l’agroalimentare e per le famiglie italiane, con un impatto pesante sui costi di produzione e sui consumi. Dai costi energetici a quelli per i fertilizzanti, il conflitto tra Usa, Israele e Iran minaccia di replicare quanto già accaduto con la guerra in Ucraina, vale a dire il balzo alle stelle dei prezzi dei principali fattori di produzione, che dopo quattro anni restano sensibilmente più alti, dal +49% dei fertilizzanti al +66% per l’energia.
In occasione della mobilitazione con con 5mila soci agricoltori al Palapartenope di Napoli, ieri, 4 marzo, insieme al presidente Ettore Prandini, al segretario generale Vincenzo Gesmundo e al presidente di Coldiretti Campania Ettore Bellelli, oltre al ministro dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste Francesco Lollobrigida, l’organizzazione invita quindi a sostenere la produzione alimentare europea, assicurando che le risorse vadano agli agricoltori veri e consolidando i risultati ottenuti con le mobilitazioni di Coldiretti. Il riferimento è ai 10 miliardi della Politica agricola comune dell’Unione europea recuperati proprio grazie alle mobilitazioni dell’organizzazione – «anche con l’impegno del governo italiano» -, rispetto ai tagli proposti dalla Commissione Ue.
Secondo l’analisi offerta da Coldiretti, la congiuntura internazionale rischia di pesare ulteriormente sulle imprese già colpite dalla concorrenza sleale delle importazioni selvagge dall’estero, con prodotti di bassa qualità coltivati con sostanze vietate in Europa che arrivano a tonnellate nei porti italiani, a partire proprio da quello di Napoli, per essere “italianizzate” grazie a lavorazioni anche minime, sfruttando l’attuale normativa comunitaria. Vale per i petti di pollo provenienti dal Sudamerica, panati o trasformati in crocchette ed esportati come “madre in Italy”; per le cosce di maiale olandesi o danesi, salate e stagionati per essere esportate come prosciutti italiani; per l’ortofrutta trasformata come sottolio o succhi di frutta, venduti sui mercati europei, grazie alla regola dell’ultima trasformazione sostanziale, come prodotto italiano.
«L’inganno del codice doganale vale anche per altri prodotti per i quali in Italia c’è l’obbligo dell’etichetta d’origine ma non in Europa – avvertono da Coldiretti -, come la mozzarella che può essere fatta con latte tedesco o polacco, o addirittura con cagliata ucraina, e poi venduta sui mercati comunitari come “made in Italy”, così come sughi preparati a partire da concentrato di pomodoro cinese, o la pasta fatta col grano canadese al glifosato». Arriva da qui la pressione al ribasso sui prezzi pagati nei campi, che danneggia l’immagine del made in Italy nel mondo. A Napoli Coldiretti ha ribadito dunque la necessità di cancellare l’attuale norma sull’ultima trasformazione sostanziale del codice doganale, che pesa sull’economia delle imprese agricole italiane in termini di redditi e opportunità di export e rappresenta un inganno per tutti i cittadini consumatori europei. Contestualmente, ha richiamato anche alla necessità dell’obbligo dell’etichettatura di origine su tutti i prodotti alimentari venduti in Europa.
5 marzo 2026

