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Delitti e responsabilità. La sacralità della vita

Nel Codice dell’Alleanza voluto da Mosè per il popolo di Israele, una bussola della vita comune. Tra i delitti da sanzionare, il più grande è quello che causa la morte

di Rosanna Virgili pubblicato il 3 Giugno 2021
dieci comandamenti
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Dopo le dieci parole del Decalogo, Mosè munisce Israele di un Corpus legislativo il quale, avendo Dio come fonte, contiene un elenco di norme civili e penali, cultuali e morali. Viene chiamato Codice dell’Alleanza perché va a completare quella serie di impegni che Israele prende col Dio del Sinai con cui egli sigilla un patto di alleanza. Se Israele osserverà queste leggi otterrà di vivere sia ora, in mezzo al rischioso cammino del deserto, sia in futuro, una volta che abiterà nella terra promessa. Queste leggi sono un’autentica bussola della vita comune e sono indispensabili in ogni situazione, molto più e molto prima di qualsiasi bene materiale. In mancanza di norme informate da una solida moralità verrebbe a essere giustificato, infatti, ogni comportamento di prepotenza e di violenza degli uni sugli altri, che porterebbe tutto il popolo alla rovina.

Tra i delitti che devono essere sanzionati il più grande è quello che causa la morte. Se è successo per disgrazia che un uomo abbia ucciso un altro uomo, allora per l’omicida “colposo” ci sarà la possibilità di essere protetto nelle “città di rifugio” adibite proprio a impedire l’accesso ai “vendicatori del sangue”, in genere i parenti più stretti della vittima. Ma se c’è stata volontà di fare il male e di uccidere qualcuno, l’assassino dovrà sottostare alla legge del taglione e dare la sua vita come risarcimento di quella che ha tolto all’altro. Ciò perché tutto il popolo comprenda che la vita è sacra e appartiene a Dio e nessun essere umano, per nessuna ragione, può toglierla al proprio simile. In seguito la legge del taglione verrà criticata e rigettata dalla Bibbia, che, per lo stesso criterio – vale a dire proprio perché la vita è sacra – non permetterà che si faccia legalmente morire neppure l’assassino che ha agito deliberatamente. Perché Dio dice: «Io non godo della morte del peccatore ma che si converta e viva»  (Ezechiele 33,11).

Il perdono non è, perciò, un condono del delitto, non significa “farla passare liscia”, al contrario, è la riaffermazione della sacralità della vita e del fatto che gli umani debbano sempre rispettarla. Ciò non toglie la responsabilità che i credenti hanno di far sì che il peccatore si converta. «O figlio dell’uomo, io ti ho costituito sentinella per gli Israeliti; ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia» (Ezechiele 33,7). Occorre che tutti si adoperino perché la vita di ognuno sia rispettata e perché non vengano lesi i diritti di nessuno: «Queste sono le norme che tu esporrai loro. Quando alcuni uomini litigano e uno colpisce il suo prossimo con una pietra o con il pugno e questi non muore, ma deve mettersi a letto, chi lo ha colpito sarà ritenuto innocente, ma dovrà pagare il riposo forzato e assicurargli le cure ». Anche agli schiavi è dovuto il giusto risarcimento per un delitto subito: «Quando un uomo colpisce l’occhio del suo schiavo o della sua schiava e lo acceca, darà loro la libertà in compenso dell’occhio». Rispetto a queste leggi, noi e i nostri figli siamo tenuti soltanto a fare di più.

codice dell'alleanzadecalogomosè
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