Diritto di maternità, la forza delle donne

Sono loro, ostetriche, madri e sorelle, a reagire allo sterminio, opponendo una ferma obiezione di coscienza al decreto di Faraone che ordina di gettare i maschi nel Nilo

Il grido dei neonati maschi si leva nelle periferie ebree delle città egiziane, mentre i dodici figli d’Israele perdono la loro posterità. Il loro futuro sembra segnato. Ma accade qualcosa di imprevedibile: la reazione delle donne allo sterminio. Con una rivolta contro l’uccisione dei figli e la negazione del loro diritto di maternità, le donne oppongono una ferma obiezione di coscienza al decreto di Faraone. Le prime a farlo sono proprio le ostetriche, quelle che veicolano i nascenti dall’ombra alla luce: Sifra e Pua che si rifiutano di eseguire l’ordine di uccidere i figli maschi di Israele. Rischiano la vita per affermare il diritto alla vita e alla maternità.

Alla nascita di un figlio la madre (di Mosè) non dà un nome, ma guarda il suo bambino e dice: «Quant’è bello!». Le stesse parole di Dio al vedere ogni sua creatura: «Dio vide che era cosa bella» (Gen 1,4; ecc.). Gli occhi di Dio come quelli di una madre. Ella nasconde tra le sue braccia suo figlio, ma l’ordine del Faraone è di “gettare” i maschi nel Nilo. Il fiume che nutre l’Egitto si è fatto un grande cimitero galleggiante. Riposto in un cestello Mosè piange ma Miriam, sua sorella, è la sua sentinella. Ella si pone a una certa distanza, si fa compagna del destino del fratello minore, al contrario di Caino che rifiutò di essere il custode di Abele. La forza della sororità è nel restare accanto alle vite fragili e scartate che non potrebbero mai farcela da sole. Ed è, altresì, profezia di speranza che prima o poi qualcuno verrà a collaborare. Proprio la figlia di Faraone, infatti, quel giorno decide di uscire dal Palazzo per andare a prendere un bagno al Nilo. Vede quel bambino, lo riconosce come un figlio degli ebrei, il popolo minacciato
da suo padre. E ne prova compassione, lo prende con sé e se ne fa madre adottiva.

Mosè diventa grande a casa dei nemici della sua famiglia di sangue e di latte. Ormai adulto torna nei luoghi che, forse, neppure ricorda, tanto era piccolo quando li ebbe lasciati. Voleva ridare dignità ai suoi fratelli per via di un congenito senso di giustizia. Uccise un egiziano e dovette scappare nel deserto. La vita di Mosè fu di nuovo a rischio, come nel primo giorno. Ed ecco ancora delle donne, le sette figlie di Reuel, che salvano Mosè in fuga dalla morte. Una di loro diventerà sua moglie, Zippora. Un nome che risuona come quello di Sifra, la levatrice ribelle. Dodici donne danno vita a Mosè: Sifra e Pua, la madre, la sorella Miriam, la figlia di Faraone, le sette figlie di Ietro. Dodici figlie, molte senza un nome, di almeno tre popoli, che entrano in gioco per far rivivere le dodici tribù di Israele.

Ciò che fanno queste donne è assai più importante delle loro appartenenze etniche: sono argute e audaci, sovversive, civilmente disubbidienti e ferme nel loro impegno a consentire il diritto dei figli, delle madri e della vita di tutti i popoli. Da queste simboliche “dodici figlie” rinascerà il popolo di Israele, quello che lo stesso Mosè – “il salvato dalle acque” e, quindi, dalla morte – condurrà nella Terra Promessa. Dodici “matriarche” a rappresentare tre cromosomi all’origine della nuova Israele: quello ebraico, quello egiziano, quello dei madianiti del deserto. (da Roma Sette del  6 ottobre 2019)

21 ottobre 2019