Dai martiri d’Algeria la testimonianza del perdono

Il postulatore della causa di beatificazione dei 19 religiosi uccisi tra il 1994 e il 1996 con i giovani de “Il Centro”. «La loro vita, patrimonio per la libertà religiosa»

“Testimoni di speranza e artigiani di pace”. In questo modo vengono presentati i martiri d’Algeria da padre Thomas Georgeon, postulatore della loro causa di beatificazione e monaco trappista, nell’incontro organizzato ieri sera, 10 dicembre, nella sala “la Terrazza” del centro giovanile “Il Centro”. L’8 dicembre di un anno fa, infatti, i 19 martiri algerini vennero beatificati ad Orano, nell’Algeria nordoccidentale, nel santuario di Notre-Dame di Santa Cruz: sacerdoti, religiosi e religiose presenti nel territorio algerino – tra cui il vescovo di Orano Pierre Lucien Claverie, assassinato il 1° agosto 1996 -, uccisi tra il 1994 e il 1996, quando nel Paese nordafricano imperversava la guerra civile. Tra questi martiri anche i sette monaci trappisti di Tibhirine, che tra il marzo e il maggio del 1996 vennero prima rapiti e poi decapitati da un commando di venti uomini armati.

La vita dei 19 martiri «è stata ed è tuttora un grande esempio per tutti noi», ha commentato padre Thomas Georgeon, parlando del loro sacrificio come di «un patrimonio significativo per la libertà religiosa di tutti». Un esempio, il loro, divenuto “carne” anzitutto attraverso il dialogo interreligioso. Ancora oggi infatti, ha raccontato il monaco trappista, il popolo algerino è molto legato al ricordo dei martiri «e questo è eloquente perché stiamo parlando di un Paese dove il 99% della popolazione è musulmana». Uomini e donne di fede costantemente a contatto con il popolo, «che si sporcavano le mani per portare un barlume di speranza tra la gente comune»: così li ha definiti  il postulatore. Alcune delle suore e dei frati infatti si dedicavano all’educazione delle ragazze, altri aiutavano i bambini disabili e orfani o le famiglie più in difficoltà. Per tutti, «un aspetto fondamentale della missione è stato il dialogo con i musulmani. Una prossimità – ha tenuto a specificare padre Georgeon – di vita e di quotidianità. Hanno dimostrato che è possibile vivere insieme e avere un orizzonte in comune: quello della pace».

Nella foto, i monaci di Tibhirine

Una missione di dialogo che però è stata interrotta «dalla violenza e dalla cecità di chi aveva paura dell’influenza dei cristiani sugli algerini». A chi chiede a padre Thomas come si può continuare ad andare avanti nonostante i conflitti e il terrorismo, il monaco risponde citando il testamento di padre Christian de Chergé, uno dei sette monaci rapiti nel 1996 dal Monastero di Notre Dame dell’Atlante a Tibhirine, a sud di Algeri. De Chergé, che era il priore, parlava chiaramente della consapevolezza «di rischiare la vita, ma anche e soprattutto della volontà di vivere il perdono come fondamentale nella loro missione e nella loro testimonianza a tutto il popolo algerino».

A conclusione della serata, il bilancio di don Sergio Ghio, responsabile de “Il Centro” e parroco della vicina Santa Maria in Domnica alla Navicella. «Stasera – ha commentato – la comunità si è accostata alla testimonianza che i martiri del nostro tempo riescono a veicolare. Dobbiamo ricordarci – ha aggiunto poi riprendendo le parole del postulatore .-che oggi essere martiri non significa necessariamente perdere fisicamente la propria vita ma spesso significa morire dal punto di vista sociale, morire nell’anima, essere discriminati».

11 dicembre 2019