Il cambiamento climatico e le responsabilità dell’uomo

Riscaldamento globale, “debito ecologico” e fondo Loss ad Damage tra i nodi sul tavolo della Cop28, in corso a Dubai. Il paradosso dei Paesi africani, che pagano il prezzo più alto pur contribuendo in minima parte alle emissioni di gas serra

In questi giorni si parla molto del vertice mondiale sul clima, denominato Cop 28, a Dubai  fino al 12 dicembre. Negli ultimi 50 anni, le attività umane – in particolare l’uso dei combustibili fossili – hanno determinato l’emissione di quantità di anidride carbonica e altri gas serra in grado di trattenere ulteriore calore nella bassa atmosfera, influenzando così il clima globale. La prova sta nel fatto che dal 1850, cioè da quando abbiamo a disposizione una serie storica delle temperature globali, queste sono sempre state più alte, soprattutto negli ultimi 30 anni. In particolare, il mondo, nel suo insieme, si è riscaldato di circa 1° C dal 1970 e da 1,1° C a 1,3° C dalla metà del 1800. Si tratta del cosiddetto “Global warming” (“Riscaldamento globale”) che si sta manifestando con declinazioni diverse un po’ a tutte le latitudini.

Per correttezza, occorre comunque puntualizzare che mentre le emissioni umane di CO2 e altri gas serra sono effettivamente responsabili di tutto il riscaldamento a lungo termine del nostro pianeta, le temperature in un dato anno sono fortemente influenzate dalle variazioni a breve termine del clima terrestre che sono tipicamente associate agli eventi di riscaldamento (El Niño) o raffreddamento (La Niña) delle acque. Queste fluttuazioni di temperatura tra l’oceano e l’atmosfera nel Pacifico tropicale contribuiscono a rendere alcuni anni più caldi e altri più freddi. Sta di fatto che, nell’attuale segmento del decennio in corso, questa fenomenologia climatica continua progressivamente ad aggravarsi, con il risultato che il livello dei mari sta aumentando, i ghiacciai continuano a ridursi di spessore e gli eventi meteorologici estremi diventano sempre più intensi e frequenti.

Particolarmente grave è la situazione in Africa, dove le popolazioni autoctone debbono spesso misurarsi con danni d’ogni genere prodotti dai cambiamenti climatici. Secondo il Climate Change Vulnerability Index, su 33 regioni nel mondo che presentano un rischio estremo a causa dei cambiamenti climatici, 27 sono in Africa. È importante osservare che secondo i dati dell’Atlante mondiale del carbonio, l’intero continente africano contribuisce solo con il 4/4,5% alle emissioni di gas serra. Basti pensare che l’America, il secondo Paese per emissioni al mondo, ha su tutto il suo territorio un indice di vulnerabilità bassissimo.

A questo punto viene spontaneo domandarsi se sia possibile individuare una via di uscita. Partendo dal presupposto che i Paesi industrializzati pretendono sempre di più dalla natura – sapendo peraltro bene d’essere insolventi rispetto al cosiddetto “debito ecologico” – è importante rendere operativo il prima possibile un fondo Loss and Damage che aiuterà a compensare i Paesi vulnerabili, penalizzati dalle perdite e dai danni causati dal cambiamento climatico. A Dubai si è deciso di far gestire per quattro anni l’agognato fondo – ammesso che si riesca a passare dalle parole ai fatti – dalla Banca Mondiale; una scelta però contestata dagli attivisti, visto il ruolo predominante che vi giocano i Paesi occidentali. Ogni anno fino al 2030 il fondo dovrebbe essere in grado di garantire un salvadanaio di 100 miliardi di euro almeno, mentre i Paesi poveri chiedono che siano garantiti almeno 400 miliardi.

Una cosa è certa: l’umanità ha una grande responsabilità di fronte alla sfida dei cambiamenti climatici. Infatti si pretende sempre di più dalla natura sfruttandola a dismisura, sapendo però bene che nessuno sarà mai in grado di restituirle ciò che le è stato sottratto.

6 dicembre 2023