Il Papa: «Intere popolazioni, schiacciate da violenza, fame e guerra, implorano pace»

Concluso con la veglia di preghiera presieduta da Leone XIV il Giubileo della consolazione. Due le strade indicate agli oltre 8.500 partecipanti: il perdono, per disarmare «ogni sorta di brutalità», e la volontà di «mostrare che la pace è possibile»

Parlando ai vescovi di nuova nomina, l’11 settembre scorso, Papa Leone XIV aveva spiegato che gli abusi da parte del clero «non possono essere messi in un cassetto, vanno affrontati». Ieri sera, 15 settembre, nella veglia di preghiera a conclusione del Giubileo della consolazione nella basilica di San Pietro, ha simbolicamente offerto una carezza alle vittime. «La Chiesa, di cui alcuni membri purtroppo vi hanno ferito, oggi si inginocchia insieme a voi davanti alla Madre – ha affermato -. Che tutti possiamo imparare da lei a custodire i più piccoli e fragili con tenerezza». Il vescovo di Roma, nella sua meditazione, ha ampliato lo sguardo al dolore dell’umanità riflettendo che «anche ai nostri giorni, esiste il dolore collettivo di intere popolazioni che, schiacciate dal peso della violenza, della fame e della guerra, implorano pace. È un grido immenso, che impegna noi a pregare e agire, perché cessi ogni violenza e chi soffre possa ritrovare serenità; e impegna prima di tutto Dio, il cui cuore freme di compassione, a venire nel suo Regno».

La chiave per disarmare «ogni sorta di brutalità» è il perdono, che non guarisce le ferite ma per chi le ha causate «è un’anticipazione sulla terra del Regno di Dio, è il frutto della sua azione che pone termine al male e stabilisce la giustizia». Invece il conforto da offrire a chi vive in zone teatro di guerra è «mostrare che la pace è possibile e che germoglia in ognuno di noi se non la soffochiamo», ha detto il Papa americano tornando ad appellarsi ai responsabili delle Nazioni affinché «ascoltino in modo particolare il grido di tanti bambini innocenti, per garantire loro un futuro che li protegga e li consoli. In mezzo a tanta prepotenza, ne siamo certi, Dio non farà mancare cuori e mani che portano aiuto e consolazione, operatori di pace capaci di rincuorare coloro che sono nel dolore e nella tristezza».

Alla liturgia della Parola hanno partecipato oltre 8.500 persone provenienti da vari Paesi che hanno vissuto, o stanno attraversando, momenti di particolare difficoltà, lutto, sofferenza o indigenza. Presenti anche i delegati di associazioni, fondazioni ed enti religiosi che affiancano chi ha bisogno di supporto e cura. L’omelia del Papa è stata anticipata dalla testimonianza di Lucia Di Mauro, vedova di Gaetano Montanino, guardia giurata uccisa da un gruppo di ragazzi il 4 agosto 2009 mentre lavorava nel centro storico di Napoli. Sorretta dalla fede, ha iniziato un cammino di riconciliazione con il processo della giustizia riparativa e ha incontrato uno dei responsabili della morte del marito, Antonio, divenendone oggi un punto di riferimento. «Perdonare non significa cancellare ciò che è accaduto ma liberarsi dall’odio, non ridurre l’altro al reato commesso», ha detto.

Dopo di lei, ha preso la parola Diane Foley, mamma di Jim, giornalista americano ucciso in Siria da un gruppo di jihadisti nel 2014. Anche per lei la fede è stata la forza che l’ha accompagnata nell’incontrare uno degli assassini del figlio. «Lo Spirito Santo – ha affermato – ci ha permesso di ascoltarci, di piangere, di condividere le nostre storie. Dio mi ha dato la grazia di vederlo come un peccatore come me, bisognoso di misericordia».

Ringraziandole le due donne per la loro testimonianza, il Papa ha rimarcato che «si può trasformare tutto il dolore con la grazia di Gesù Cristo». Le loro parole dimostrano che «il dolore non deve generare violenza; che la violenza non è l’ultima parola, perché viene vinta dall’amore che sa perdonare». Prevost ha esortato quindi  a non dimenticare che nel dolore il Signore non lascia solo nessuno, «anzi, proprio in questi frangenti siamo chiamati più che mai a sperare nella sua vicinanza di salvatore che non abbandona mai». E in una società che non ammette debolezze, Leone suggerisce invece di non «vergognarsi di piangere; è un modo per esprimere la nostra tristezza e il bisogno di un mondo nuovo; è un linguaggio che parla della nostra umanità debole e messa alla prova, ma chiamata alla gioia».

Al termine della celebrazione il Papa ha benedetto l’Agnus Dei, medaglia di cera con la raffigurazione dell’Agnello pasquale, successivamente donata ai fedeli. «È un segno che potremo portare nelle nostre case per ricordare che il mistero di Gesù, della sua morte e risurrezione è la vittoria del bene sul male», ha concluso.