Il Papa: «Tornare a contemplare, per ritrovare l’equilibrio tra testa, cuore e mani»

L’udienza di Francesco ai rappresentanti delle Comunità Laudato siì, accompagnati dal vescovo Pompili e da Carlo Petrini, fondatore di Slow Food

Contemplazione e compassione: sono le due parole al centro della riflessione sviluppata da Papa Francesco in occasione dell’udienza concessa ai partecipanti all’incontro delle Comunità Laudato si’, guidati dal vescovo di Rieti Domenico Pompili e dal fondatore di Slow Food Carlo Petrini, che il pontefice ha ringraziato “nella lingua paterna” chiamandolo “Carlìn”.

Dopo aver ricordato che anche la pandemia stia dimostrando la correlazione, l’interconnessione di tutto il creato, Francesco ha lanciato un appello a smetterla con «gli impegni generici – parole, parole» nell’«affrontare alla radice le cause degli sconvolgimenti climatici in atto. Non si può guardare solo al consenso immediato dei propri elettori o finanziatori – ha ammonito -. Occorre guardare lontano, altrimenti la storia non perdonerà. Serve lavorare oggi per il domani di tutti. I giovani e i poveri ce ne chiederanno conto».

In uno dei passaggi più forti del suo discorso il Papa ha constatato come «oggi la natura che ci circonda non viene più ammirata, contemplata, ma “divorata”. Siamo diventati voraci, dipendenti dal profitto e dai risultati subito e a tutti i costi». Siamo «malati di consumo. Ci si affanna per l’ultima “app” ma non si sanno più i nomi dei vicini, tanto meno si sa più distinguere un albero da un altro». Dunque, suggerisce Francesco, «per non dimenticare, bisogna tornare a contemplare; per non distrarci in mille cose inutili, occorre ritrovare il silenzio; perché il cuore non diventi infermo, serve fermarsi. Non è facile. Bisogna, ad esempio, liberarsi dalla prigionia del cellulare, per guardare negli occhi chi abbiamo accanto e il creato che ci è stato donato. Contemplare è regalarsi tempo per fare silenzio, per pregare, così che nell’anima ritorni l’armonia, l’equilibrio sano tra testa, cuore e mani; tra pensiero, sentimento e azione».

Poi, però, «la contemplazione ti porta all’azione, a fare. Ecco dunque la seconda parola: compassione. È il frutto della contemplazione. Come si capisce che uno è contemplativo, che ha assimilato lo sguardo di Dio? Se ha compassione per gli altri – compassione non è dire: “questo mi fa pena…”, compassione è “patire con” -, se va oltre le scuse e le teorie, per vedere negli altri dei fratelli e delle sorelle da custodire». La compassione di Dio «è il contrario della nostra indifferenza – ha continuato Francesco -. L’indifferenza – mi permetto la parola un po’ volgare – è quel menefreghismo che entra nel cuore, nella mentalità, e che finisce con un “che si arrangi”. La compassione è il contrario dell’indifferenza. Vale anche per noi: la nostra compassione è il vaccino migliore contro l’epidemia dell’indifferenza». Però, ha aggiunto ancora il Papa, «la compassione non è un bel sentimento, non è pietismo, è creare un legame nuovo con l’altro. È farsene carico, come il buon Samaritano».

Il mondo, nelle parole del pontefice, «ha bisogno di questa carità creativa e fattiva, di gente che non sta davanti a uno schermo a commentare ma di gente che si sporca le mani per rimuovere il degrado e restituire dignità». Un impegno di collaborazione anche per esigere «scelte politiche che coniughino progresso ed equità, sviluppo e sostenibilità per tutti, perché nessuno sia privato della terra che abita, dell’aria buona che respira, dell’acqua che ha il diritto di bere e del cibo che ha il diritto di mangiare».

14 settembre 2020