Karina, 12 anni, e la mamma, da Ivano-Frankivsk a San Lorenzo
L’accoglienza nella casa della parrocchia di San Tommaso Moro e la solidarietà della comunità. Il parroco don Andrea Lonardo: «Da prete, posso attestare innanzitutto la bontà della gente»
«Super!». Così Karina, 12 anni, risponde a chi le chiede come è andata la giornata a scuola. Negli occhi il sorriso di chi sta facendo nuove amicizie, provando a lasciarsi alle spalle la fuga precipitosa da casa, decisa dalla mamma Natalia il primo giorno di guerra in Ucraina. Originarie di Ivano-Frankivsk, nella zona occidentale del Paese, sono arrivate nella Capitale il 1° marzo, dopo due giorni intensi di viaggio: prima fino al confine della Slovacchia, poi a Vienna con l’aereo e, infine, a Roma. Qui sono state immediatamente accolte dalla parrocchia San Tommaso Moro, nel quartiere San Lorenzo: ora Natalia e Karina vivono nella casa di accoglienza parrocchiale, inaugurata dieci anni per ospitare famiglie con bambini in cura al vicino Policlinico Umberto I o all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù. Sono arrivate solo con un piccolo trolley e l’occorrente per il viaggio, lasciando in città i nonni, che, come molti altri anziani del Paese, «hanno preferito rimanere in Ucraina per proteggere le loro case», raccontano.
«Da prete posso attestare innanzitutto la bontà della gente – riferisce il parroco monsignor Andrea Lonardo -: l’impegno nell’aiutare questa famiglia è stato infatti immediato». Una rete di solidarietà in cui «ognuno si è adoperato secondo il proprio carisma», fa sapere la responsabile della casa di accoglienza Viviana Vincenti: «C’è chi ha accompagnato Natalia e Karina a ritirare il tesserino di “Stp” (straniero temporaneamente presente) e ad effettuare la dose di richiamo vaccinale; chi si è proposto di aiutarle con la spesa, sempre nel rispetto dei loro gusti e tradizioni; chi ha portato loro la merenda». Non solo: in pochi giorni i parrocchiani hanno avviato anche una colletta per ricomprare a Karina il suo amato ukulele, lasciato a casa al momento della fuga. «Il maestro di musica della parrocchia ha scelto lo strumento e glielo abbiamo donato – racconta ancora Viviana -. In poco tempo la voce si è sparsa e ne sono arrivati molti altri».
Gesti di amore silenziosi, efficaci, mai invadenti: «Sanno che possono contare sulla comunità – commenta il diacono Gianluca Carfagnini -. Tuttavia, per noi è fondamentale anche rispettare i loro tempi e attendere che si aprano quando lo ritengono opportuno». In fondo, prosegue, «la nostra è stata una risposta al Signore: l’iniziativa di aprire le porte a questa famiglia è nata in modo spontaneo, in seguito a una segnalazione di una signora ucraina che vive nel quartiere e che subito si è attivata per aiutare quelle che erano le sue vicine di casa».
Oggi Natalia e Karina stanno lentamente riscoprendo una nuova quotidianità fatta di calore, vicinanza e voglia di “rialzarsi” per poter tornare a vivere: la ragazza è stata inserita in un istituto scolastico del quartiere, dove è affiancata da una mediatrice culturale, mentre la mamma – che è una contabile, laureata in giurisprudenza – ha da poco iniziato a frequentare una scuola di italiano per stranieri. «Con determinazione si stanno impegnando per integrarsi nel miglior modo possibile nella comunità: Karina ha chiesto immediatamente di tornare a scuola, mentre Natalia desidera profondamente trovare un lavoro – sottolinea don Andrea -. Un atteggiamento di grande dignità che mi ha profondamente colpito».
18 marzo 2022

